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K239 il rondò.
Era un uomo mite, dolce come lo zucchero, quell'assassino. Gli occhi bassi al suolo quasi sempre, una perizia insolita di rilegatore nelle sue dita. Piccoli restuauri di vecchi libri, troppo poco antichi, solo indecentemente vecchi ammuffiti libri. Lo conobbi che avevo venti anni o poco meno, lui, credo forse cinquanta o molto più. Non importa disse.
Forse è meglio dall'inizio, beh, ricomincio.
Seppi un tempo, che dentro a quel carcere di Torino c'era ancora un frate, medesimo frate, sempre lui, che dal 1930 pure accompagnò i carcerati, tanti, condannati a morte, al patibolo. Da sempre vissuto in quel penitenziario, triste fortezza antica di Torino sono quelle carceri. Non saprei come fu. Fu la curiosità, oppure fu più il caso e una indicazione più precisa. Certo fu la scusa, la verità in sorta di legatura a farmi entrare in quel penitenziario, al cospetto di quel frate cocciuto, sorridente come una statua di sale. Scontroso lui, timido io, con lo scatolone di cartone pieno di libri vecchi da far rilegare.
"Ma ...e tutto il resto del materiale d'uso, le colle e il refe dove sono, ragazzo mio?" Ha ragione, non ci sono ma non sapevo, posso integrare la prossima volta, se posso, se vuole, se è ancora possibile. "Va bene, lascia la scatola, questo è l'elenco di cosa abbiamo bisogno, tieni, ecco la lista ...ragazzo, buona giornata, arrivederci e grazie! Non perdere il foglietto." E se ne andò via di lato, verso destra, di profilo. La mia scatola di libri sotto il suo braccio, oltre il cartone sporgeva la pancia, ballava ritmico il cordone al passo; frate classico, possente nell'aspetto, senza una parola oltre l'arrivederci e grazie, ed io poche ne avevo di parole da spendere in mezzo a quei rumori nuovi di catenaccio, chiavi e toppe e odori, muffa e minestra pure, come se il ferro avesse improvvisamente un'anima oltre alla ruggine.
Passò un anno intero fatto di andirivieni, di cartoni colmi, colle, altri libri, altro filo refe e garze e fino ad un torchio, pressa vecchia in legno pesante trasportata non so come, su di un tram... fino a quella fermata proprio davanti a quel portone d'ingresso pieno di donne quel giorno persino l'androne, mogli tristi in attesa, di puttane seriose e avvocati come chierichetti e soldi scambiati svelti come ceri accesi sul marciapiede prima di entrare per un colloquio per una speranza di giustizia, per una illusione che fosse pure un salame in un pacco l'espressione.
Lavoravano proprio bene in quel carcere i legatori e non fu difficile per me, giovane e curioso, trovare e alimentare quegli scambi che parevano furtivi quei lavori come pure i pagamenti intascati senza contare il soldo fino a quel giorno dove posò l'occhio distrattamente: "Tanto così?" disse sorpreso il frate... Sì, è il prezzo che fuori si paga per il medesimo lavoro e non fatto così bene e con tanta cura... mi creda è solo il giusto prezzo da pagare nulla di più. Giusto che ci siamo, padre, potrò entrare una volta almeno nel vostro laboratorio? Che mi dice padre, si può vedere, posso entrare a scambiare due parole con i suoi restauratori? "Ci penserò contaci, però dovrò preparare tutti e due. Si, ...a tutti e due." Come sarebbe a tutti e due Padre? Tutti e due ...chi? "Nulla nulla, ma alla prossima, tieniti libero almeno per qualche ora, poi vedremo, telefona.".
Porca vacca è tosto forte, pensai. La "capoccia" di costui supera di fatto il granito in cima nella scala delle durezze, ...è già quasi un anno che faccio avanti e indietro ed ora, per vedere uno stupido laboratorio ...e che sarà mai parlare con chi fa il lavoro. Devo fare quasi un esame di accettazione... Boh si vedrà, risalii e poi riscesi dal solito tram, era il 15 barrato, una lentezza.
Conoscere il frate, "quel" frate, era come avere sorta di chiavistello in mano ma serve pure saper dove sia quella serratura e la sua toppa per aprire. Era una istituzione: il Papa nel Vaticano, quel frate antico nel penitenziario. Pronunciare il suo nome era come avere sorta di lasciapassare con tanto di ceralacca, ... Sono atteso da frate... ecco... aspetti qui, chiedo conferma, avanti, prego, scusi, l'accompagno subito. Grazie. Dalla terza volta in poi neppure lui, lo scatolone, subiva più la perquisizione passando chiuso chiuso sotto gli sguardi distratti dei secondini... Soliti libri? Si certo! Avanti avanti, passa passa...
Tornai la settimana successiva, nudo però, cioè senza scatolone solito. Buongiorno, ho un appuntamento con padre... Avanti, vada pure, in fondo in fondo, dritto dritto, vede laggiù? Cammini tutto il cortile fino oltre quell'inferriata, oltre il cancello chiuso, a destra la casermetta bassa, dopo il quarto braccio c'è una porta di legno non si sbaglia è l'unica aperta.
Buon giorno padre eccomi son qui, ho le famose due ore libere previa telefonata. Può iniziare con l'esame d'ammissione, avanti padre son tutt'orecchi, chieda chieda. Quasi sprezzante, proprio così mi rivolsi a lui con la medesima impazienza di quel giovane che arrogante salisse a tre a tre veloce una rampa di scala stretta e i suoi ripidi gradini e che improvvisamente gli si parasse a lui d'innanzi un vecchio di schiena grande e grosso ma lento lento che gradino dopo gradino, chino chino salisse quella scala quasi fosse il pensiero unico solo il contarli, misurarli ad uno ad uno nello sguardo fisso sempre sul medesimo gradino e oltre a quella fissità, lento pure il respiro rauco a rompere il silenzio tra il vecchio e il giovane.
"Meno male che un po' ti conosco. Ragazzo, siediti, rilasciati." Così esordì sottovoce indicandomi una sedia e alzandosi lui dalla sua girando poi lento intorno al tavolo diretto verso una vecchia radio grande posta su di un buffet ove dallo scaffale alto di quel mobile fece scorrere un vetro opalino sull'altro e dai tanti dischi apparsi in fila orizzontale, estrasse cauto un disco sfilandolo poi dalla sua busta grigia, di quelle con un buco tondo e largo proprio in mezzo tanto da poter leggere l'etichetta. "Mozart, serenata notturna K239 per due orchestrine, c'è una marcia, c'è un minuetto, c'è pure un adagio istrionico nel rondò, va proprio bene no?" Accese la radio girando la manopola, alzò l'antina superiore, mise su quel piatto comparso il disco soffiando prima deciso sulla puntina. Partì la musica dopo gli scrosci e si sedette come guardando estasiato un punto sul soffitto e agitando lieve la mano e il dito come fosse sorta di bacchetta il dito e lui il direttore sul podio ed io, lo spettatore seduto sulla seggiola in prima fila.
"..Quel "laboratorio" Il laboratorio, così come lo chiami tu ragazzo, è una sola persona e basta. E' un solo uomo solo e basta quel "Tuo" laboratorio, cerca di ricordare, non ama molto parlare e poi di cosa potrebbe parlare con te "un laboratorio" chiuso qui come è lui dal '50 ad oggi? E' come quel disco di Mozart chiuso nella sua busta, celato dietro un'anta scorrevole opalina. E' qui, che non aveva neppur trent'anni appena. Faceva il legatore già prima della guerra in una bottega di tipografia nei dintorni di Torino. Ha fatto solo quel mestiere fin da bambino. Non ha parenti vivi, non ha mai avuto visite, pacchi o regalie, non ha amici eccetto forse un frate vecchio, musica e libri vecchi. Non sa nulla della tua vita, di come oggi scorra la fuori la vita. Conosci il Rondò della forca ragazzo?"
Non è quella rotonda, padre
è lo slargo che incrocia via Cigna con corso Regina oggi? "Si quella, da quello spiazzo ampio si vede la chiesa di Maria Ausiliatrice, si vede Porta Palazzo dall'altra parte e c'è anche una statua piccola di lato nell'aiuola, è il monumento a Cottolengo mi pare. C'è poi, come un segno di circonferenza disegnato sull'asfalto, un binario curvo curvo di tram si stende e gira tutto intorno a quello slargo. Quando passi, seduto sul seggiolino lucido di legno e ferro del tram numero 10 che la percorre lento tutta quella circonferenza, puoi vedere ancora appesi a quei lampioni quei corpi impiccati il giorno che finì la guerra, cadenti, uno per lampione appesi al loro cappio, di nuovo illuminati anche se è giorno pieno. Dal finestrino possono scorrere ad uno ad uno come in un film le facce. Nel traffico scorre dietro un vetro di un finestrino il ricordo della violenza di una guerra."
Padre mi scusi ma il "legatore" cosa c'entra con il rondò della forca? Vi appesero i fascisti e qualche aguzzino di via Bogino, ricorda erano li le stanze della tortura, le stanze degli interrogatori, sapessero ora quelli che li ora fanno borsette alla moda...
Lo so bene, Hai ragione, "il legatore" come lo chiami tu, non c'entra con quei fatti. Non c'entra con quella giustizia sommaria selvaggia dettata dalla cecità che annebbia, anni di violenza subita, violenza instillata come una flebo, silenziosa scesa nel corpo come una cappa, accumulata senza volerla a poco poco, filtrata e insinuata goccia dopo goccia sotto ogni pelle umana fino nell'animo umano più profondo ed esplosa espulsa rabbiosa quel giorno a fine guerra, espulsa come una liberazione del corpo in una latrina, come sorta di pietra sepolcrale, tavoletta da chiudere sulla diavoleria, sulla fogna, a sigillare definitivamente in una fossa. Così appariva come una certezza quella vista degli appesi, che non potesse così più neppure una goccia ancora di quella flebo scendere a colpire. Appesa, pareva quella l'ultima cannuccia.
Qualche anno dopo quei fatti, il tuo "legatore", in quel medesimo rondò, con una corda e relativo cappio appese un uomo su uno di quei lampioni, proprio in quello slargo, Impiccò un uomo quella notte. In silenzio, In solitudine, senza follia, solo con se stesso uccise. Qualche giorno prima, dicono gli atti del processo, egli si presentò in un commissariato, voleva denunciare un uomo, proprio quell'uomo, l'impiccato, colui che anni prima, in tempo di guerra, torturò fino alla morte sua moglie di vent'anni appena ed il figlio che ella portava dentro, portava appresso nella sua pancia e neppur lui rispose in quell'interrogatorio.
Commissario l'ho visto bene bene quel maiale. Camminava svelto, disse. Ma l'ho visto bene. disse. L'ho seguito, disse. So anche dove abita ora, dove si nasconde ora, disse. Presto commissario venite, correte, arrestatelo! Così disse ancora. Non fecero nulla in quel commissariato. Pare che il commissario bonariamente cercò prima di dissuaderlo: che prove hai che fosse proprio lui l'uomo di allora? Che prove hai che è proprio lui ora, adesso, oggi? Poi credette di convincerlo con una paternale: lascia stare ascoltami, cose vecchie, cose di guerra ora è finita, un processo costa, pensiamo a rifarci una vita con quei soldi. Lascia stare il mondo così com'è. E' meglio così, ascolta il mio consiglio, qua la mano! Proprio così raccontò testimoniando alla sbarra in tribunale quel commissario.
Il Frate si alzo di nuovo come per preder fiato cogliendo l'occasione del disco appena finito: aspetta, Vado a girarlo, lo girò, dopo aver soffiato sulla puntina riparti la musica e continuò a parlare in piedi ritto in piedi ma senza bacchetta, senda il dito
"In quel medesimo commissariato si ripresentò di prima mattina, all'alba, dopo il fatto compiuto. Andatelo a prendere, tiratelo giù e lì appeso al rondò, disse. Arrestatemi commissiario l'ho ucciso io, disse. Arrestatemi commissario. Fu arrestato, processato e condannato: delitto con premeditazione. Ergastolo. Ecco questo è l'uomo, questo è il tuo "legatore" e quel "laboratorio."
Ma come mai è ancora qui in carcere Padre? Con tutte le amnistie è ancora qui, perchè?
"Certo potrebbe uscire ma per andare dove, avanti dimmi dove?! E' recluso come me ed è qui ancora sotto la mia responsabilità. Vive qui. qui lavora, quel lavoro di legatoria e del restauro che è l'unica cosa che ha. Una stanza laboratorio come casa e me, un frate troppo vecchio per amico. Una ventina di dischi di un Mozart a 78 giri sopra ed una radio sotto che trasmette bandiera gialla. Viviamo un tempo che non ci appartiene. È di la alzati è vai, si chiama Antonio, alzati ti aspetta."
Era un uomo mite, dolce come lo zucchero, quell'assassino. Gli occhi bassi al suolo quasi sempre, una perizia insolita di rilegatore nelle sue dita. Piccoli restuauri di vecchi libri, troppo poco antichi, solo indecentemente vecchi ammuffiti libri. Lo conobbi che avevo venti anni o poco meno, lui, credo forse cinquanta o molto più. Non importa disse, poco importano i soldi, è il mio lavoro anche se servono migliaia di lire per un solo calzone oggi, ma è leggerli quei libri mentre li rilego che mi porta lontano, una pagina qui e due facciate poi, la prima e ultima pagina di una segnatura da legare, storie interrotte, squarci di argomenti, indici e piante officinali, frontespizi staccati di netto dalla copertina, pare la mia vita, mandami una cartolina ogni tanto. Con il mare.
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