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NUMERO 21


Wilson Benesch Arc di Igor Zamberlan

 

Wilson Benesch è uno di qui marchi un po’ esclusivi dell’alta fedeltà odierna, di quelli il cui nome scivola sulla lingua di pochi appassionati, di quelli che non vengono in mente al primo colpo a chi parla di alta fedeltà.

Personalmente, ho sempre provato una certa attrazione per questo marchio, fin da un fugace incontro parecchi anni fa in una sala del Top Audio, quando i diffusori (credo fossero delle ACT 1 o delle ACT 2, un modello che oggi è stato sostituito nella gamma del costruttore inglese) erano pilotati da un finale valvolare di cui ho perso traccia. Ricordo un suono eccellente e degli oggetti splendidi.

La gamma attuale di Wilson Benesch è abbastanza articolata. Per quanto riesco a capire, ci sono sostanzialmente due linee di diffusori e un outsider. Le due linee sono quella costituite da Arc e Curve, meno costosa, e quella costituita da Discovery e Chimera, più cara. Da qualche parte c’è la ACT, senza numero, erede di quelle ACT 1 o 2 che ho sentito anni fa. Wilson Benesch, oltre ai diffusori, fa anche sorgenti analogiche (anche se non c’è più il giradischi originale, quello in carbonio, che fece sensazione una decina abbondante di anni fa, sempre in ambienti piuttosto circoscritti) e tavolini. C’è anche un sensazionale subwoofer, di foggia e prestazioni decisamente inusuali, che avremo forse l’occasione — se le mie notizie sono corrette — di ascoltare al Top Audio che si starà aprendo quando potrete leggere questa mia recensione.

Le Curve, pur essendo il diffusore "di ingresso" della gamma di Wilson Benesch, hanno molte delle caratteristiche che contraddistinguono i diffusori di questo costruttore britannico. Fra queste, la principale è l’uso della fibra di carbonio nella costruzione dei mobili. L’utilizzo di materiali compositi avanzati è uno dei veri e propri motivi di essere di WB: l’azienda ha — caso abbastanza raro fra i costruttori di alta fedeltà — un livello di innovatività tale da averla portata a vincere numerosi premi di quelli che il governo britannico assegna alle industrie che si contraddistinguono per le innovazioni e da aver fatto sì che essa abbia goduto — e tuttora goda — di contributi speciali, per alcuni progetti, proprio per le innovazioni.

Qui il mobile, che presenta lo stesso tipo di sagoma delle pareti laterali e di quella posteriore del resto della gamma, è completato da un baffle che parrebbe essere fatto in una qualche variante di MDF. Non so in che materiale siano la parte superiore e quella inferiore del mobile — non mi sembra si tratti di fibra di carbonio, ma non posso esserne sicuro, in mancanza di conferme o smentite. Probabilmente quella che si vede sopra è la copertura, che parrebbe essere in plexiglass.

I diffusori vengono forniti con uno stand, parte integrante del progetto, a colonna, appoggiato su tre punte, a cui i diffusori sono imbullonati; la piastra superiore dello stand è fatta a U, in modo da lasciare libero lo sbocco per i due condotti reflex, posti sotto il diffusore. Ottima idea, che riduce la possibilità di fare pasticci col posizionamento.

Gli altoparlanti, in particolare il midwoofer, sono un’altra innovazione Wilson Benesch. Il tweeter è una variante custom di un modello Scan-Speak. Il midwoofer è interamente proprietario, pur essendo costruito con complesso magnetico e cestello probabilmente non custom. La membrana è il punto focale. Si tratta di un tipo di materiale e costruzione definito "Tactic" da WB; a sorpresa, per un’azienda che costruisce in fibra di carbonio anche il corpo della propria testina, si tratta di polipropilene. Non è, però, l’abituale cono in polipropilene stampato. L’aspetto è quello di un intreccio, con la sostanza che viene trattata e "filata" (non si può proprio parlare di "fili", ma tant’è). I vantaggi dovrebbero essere rigidità, leggerezza (relativa) e controllo del break-up.

Il crossover, ibrido del primo e del secondo ordine, è, secondo quanto dichiara la casa, posto molto in alto per un due vie con un cono da 17 cm, a 5000 Hz. Probabilmente questo è reso possibile dal driver del mediobasso. Sono utilizzati solo condensatori in polipropilene, mi si dice (non mi è stato concesso di aprire il diffusore).

I morsetti… li ho trovati discutibili. Forse all’acquirente viene fornita una chiave per serrare i bulloni che fanno presa; con le dita non è proprio divertente farlo.

L’estetica è discretamente hi-tech, davvero elegante. Si possono scegliere diversi colori per i "trim" laterali. La griglia è da eliminare prima di qualsiasi ascolto serio: il suo effetto è orribile, sul suono.

Ah, e occhio alla finitura, e’ piuttosto delicata.

Attacchiamole…

 

Le Arc prendono di sorpresa, senza usare effetti speciali. Sono un diffusore "maturo", che richiede un minimo di esperienza per essere apprezzato — e forse anche per essere ottimizzato, anche se non si tratta in assoluto di un diffusore critico o difficile. E’ difficile ottenere il massimo, da loro: ma non è difficile arrivare vicini a tale massimo.

In questa prova ho impiegato cinque amplificatori diversi, tre preamplificatori, due pre phono, due testine, innumerevoli cavi, un numero altrettanto alto di lettori CD e convertitori.

Credo quindi di essere arrivato almeno vicino a cogliere il carattere fondamentale di queste Arc. E non è un carattere banale.

Non sono scure, ma non si possono neanche definire chiare. Parrebbero prendere l’aspetto, il colore della catena a monte e del disco che si sta suonando. Non sono quasi dolentemente e un po’ sistematicamente raffinate come i miei attuali riferimenti — le B&W Silver Signature, fuori produzione da un lustro. Non sono addossate all’attacco com’erano i miei precedenti riferimenti, le Wilson WITT, uno strumento di lavoro che per certi versi continuo a rimpiangere. Però hanno alcune caratteristiche, le Arc, che le avvicinano ai monoliti del quasi omonimo costruttore americano. Ad esempio, mi hanno saputo — come le WITT — dare una splendida riproduzione del pianoforte, solista, accompagnatore o in concerto. Credo che questo splendore abbia a che fare col fatto che ambedue le Wilson — quella "e basta" e quella Benesch — hanno un mobile in grado di rendere minima la sua influenza, effetto ottenuto in un caso grazie alla massa, nell’altro grazie alla leggerezza e alla velocità di dissipazione delle vibrazioni. Un pianoforte che si staglia su un fondo scuro, silenzioso, libero di fluire in tutta la sua maestà e in tutta la sua propria — senza aggiunte — ricchezza armonica.

E, di solito, quando il pianoforte è intrinsecamente "giusto", si è a un buon punto anche con tutto il resto. Ma scrivevo del carattere generale di queste WB. Ecco, se devo, se posso cogliere una qualche forma di colorazione nel loro suono generale — ma siamo, anche questa volta, a un livello tale che parlare di colorazioni è un po’ grezzo, forse caratterizzazione è più corretto, forse distinzione dal resto dei prodotti omologhi lo è ancor di più — dovrei parlarvi della loro capacità di "affermare" la musica, del loro senso di presenza e di capacità di imporsi all’attenzione. Ma avreste, forse, così, l’erronea impressione di essere al cospetto (per interposto recensore) di uno di quei diffusori un po’ incalzanti, di quelli che, dopo averli ascoltati per qualche ora, si spengono con un certo sollievo; un po’ affaticanti a livello subliminale (e secondo me ce ne sono, anche nella produzione contemporanea, di diffusori così). Le WB non sono di quella categoria. No, la loro maniera di porgere la musica è di quelle che si impongono, ma non strafanno: restano comunque nell’alveo di una eccellente classe, di una eccellente educazione. In assoluto, credo che una misura potrebbe rivelare un lieve avanzamento della parte alta delle medie frequenze, una altrettanto lieve depressione del medioalto/alto (da 1 kHz circa a 4 kHz circa) e una linearità assoluta della gamma affidata al tweeter. Questo spiegherebbe la capacità del diffusore di proporre un messaggio così intagliato e dettagliato senza mai diventare freddo o aggressivo, senza mai superare la soglia del fastidio, senza mai perdere il controllo e la raffinatezza.

E spiegherebbe anche un’altra cosa: la scena acustica, che, partendo da appena davanti ai diffusori (questi non sono monitor, non nel senso classico di avere una scena "tutta avanti") si estende pressoché all’infinito dietro i diffusori, una volta trovato il posizionamento ottimale (sul quale mi dilungherò sotto). Scena precisa senza essere di quelle che spaccano il capello in quattro, che permettono di capire dov’è caduto lo spillo con una precisione di +/-2mm (e che di solito portano con sé un’enfasi innaturale sugli attacchi e su una precisa zona di frequenze, ahimé, per quanto siano spettacolari). Scena con un dimensionamento degli strumenti decisamente preciso, credibile, non affetto da nanismo né da gigantismo e con un ottimo senso di "davanti/dietro".

Ma la sensazione, l’impressione maggiore che fanno questi diffusori è quella relativa al rapporto fra la "dimensione" del suono che tirano fuori e le loro dimensioni, il loro baffle ridottissimo, ad esempio, appena sufficiente a farci stare gli altoparlanti. E’ un suono grande, enorme, da diffusore grosso, autorevole e con una capacità di bere potenza da far quasi impressione.

Non che non suonino con i dieci watt del Leben CS250 (dieci meravigliosi watt: penso che ve ne parlerò presto); è che penso che con un amplificatore di bassa potenza, per quanto raffinato, questi diffusori siano un po’ sprecati nella loro capacità dinamica, nella loro abilità di generare delle pressioni insospettabili (non esagerate, però: non sono delle spie da palco di concerto rock, credo che 105/108 dB siano un limite ragionevole nei picchi — se sentite la necessità, in casa, di pressioni più alte di quelle che questi diffusori possono generare i casi sono due: o avete una stanza troppo grossa per loro, o siete dei metallari incalliti). Hanno un effetto "entrata in coppia", ma è situato abbastanza a basso volume da poterli definire diffusori urbani, se non proprio adatti all’ascolto "volume da sussurro", senza disturbare i vicini in una notte nevosa d’inverno in un appartamento coi muri di cartone (per quello ci sono le cuffie…)

Molto, con questa sensazione, ha a che fare il basso di queste WB. Nella mia stanza direi che scendono linearmente almeno fino ai 50 Hz, forse un pochino sotto. Dopo, lì sotto, non c’è quasi nulla, è vero, ma fin lì danno l’impressione di non poter essere impaurite da nessun tipo di segnale. L’articolazione del basso è a buoni livelli, anche se la scelta dei progettisti, almeno da quanto riesco a sentire nel mio sistema, sembra essere andata più verso una sensazione di solidità che verso una reattività da primato. Nel resto della gamma il dettaglio è leggibile, ma non ovvio: non si sfocia mai, come accennavo sopra, nel clinico, nell’enfatizzazione innaturale. E’ un dettaglio che ha senso, che aiuta la riproduzione e il suo realismo (a volte ho l’impressione che certi sistemi vengano messi a punto per far sentire un po’ di musica in mezzo ai dettagli: qui sentiamo dei dettagli nella musica, per fortuna).

La grana e la raffinatezza sono a livelli molto alti, soprattutto in relazione alla classe di prezzo, che le pone — per molti — fra i sogni ancora raggiungibili.

Il giro di accoppiamenti a cui ho sottoposto questi diffusori mi ha, alla fine, portato alla conclusione che più è lineare l’amplificazione, meglio suoneranno. Amplificazioni che presentino un carattere simile al loro rischiano, per i miei gusti, di portare il suono verso una caratterizzazione, non più verso un carattere. Quindi, direi niente amplificazioni che presentino un arretramento della gamma medioalta alla BBC (ce ne sono…), niente cavi di quelli fatti per esaltare la profondità della scena, pena una scomposizione del suono finemente pettinato di queste WB. Aver trovato l’accoppiamento migliore con un’amplificazione in classe D, i Kharma MP150 — che potrebbero essere sensati come accoppiamento, dato che la loro classe di prezzo è la stessa — ha stupito anche me, ma i Kharma non sono esattamente il medio amplificatore in classe D.

In questo momento, mentre scrivo, mi stanno tuttavia deliziando (mi contraddico? Ebbene, mi contraddico… capite quando dico che il carattere di questi piccoli camaleonti è difficile da capire?) con un’accoppiata Leben cablata Wire World — il precedente cablaggio White Gold non arrivava a questi livelli, forse sto impazzendo anch’io… Un’amplificazione un po’ dura, d’altro canto, tende a mettere un po’ in evidenza il medioalto e ad, ehm, indurire il risultato complessivo, in particolare con alcuni dischi. Ma con altri, magari, andrà benissimo…

Ah, e togliete la griglia, vi scongiuro. A proposito dell’ottimizzazione in ambiente: non sono particolarmente sensibili alla distanza dalla parete laterale (a quella di fondo, nel mio ambiente, un po’ di più, ma provate). Sono sensibili all’inclinazione, secondo me funzionano meglio allargandole un po’ di più rispetto ad altri diffusori e inclinandole fino a farle incrociare un po’ davanti alla posizione d’ascolto, senza esagerare (pena l’effetto tunnel o la familiare scena a U, che pure a qualcuno pare piacere). In questo modo la scena è profonda, larga e totalmente svincolata dai diffusori, anche coi dischi ricchi di sibilanti (che spesso finiscono, altrove, localizzate nei tweeter).

Il prezzo delle Arc mi pare perfettamente giustificato. Persino concorrenziale, se pensiamo al pregio dei materiali, alla tecnica, a un suono al contempo neutro e personale, non colorato e coinvolgente. Ricordate che, a 4400 Euro di listino, vengono fornite con uno stand progettato appositamente e perfettamente messo a punto per loro. Certo, se siete "di primo pelo", dovrete farvi dare una mano per trovare un’amplificazione che le sappia far esprimere al top. Ma vi ripagheranno con soddisfazioni e musica, per lungo tempo. Mi sono proprio sembrati diffusori da ascolti a lungo termine, ecco.

Ah, vi ho già detto di buttare lontano le griglie, quando ascoltate? Hehe…


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