Più facile trovare Dio o una stupida teiera qui in questa dannata cucina?
Non ero ancora così curioso quando in quel pomeriggio misi le 3 bustine di camomilla e l'acqua bollente in 3 tazzine separate dal piattino del limone a fettine e dallo zucchero di canna a zollette su quello strano vassoio.
Quel vassoio colmo, piatto piano rotondo a fiorellini dorati, ed io uscimmo ambedue incerti e insicuri da quella cucina, diretti verso un corridoio prima troppo stretto, poi troppo ampio ed infine solo troppo lungo a varcare altra soglia: quella porta della "sala della musica". Avevo ascoltato, di quella stanza, tesserne le lodi da bambino, per l'acustica, per la parete di dischi, le enormi e strane casse acustiche poste agli angoli, ed ora qui, dopo quasi quarantanni improvvisamente solo loro silenziose, spente, tristi, meste. Accidenti a colui che scordò di parlare allora di questo palchetto in legno scuro scricchiolante, chi fu che dimenticò di notarne il cigolio, chi di evidenziarne il pianto? Quasi un lamentoso pianto sotto le scarpe appunto, Ecco, solo lui, il pavimento, pareva piangere se sollecitato in questa casa, oggi. Piuttosto buia la "stanza della musica", tendoni spessi e le due donne sedute in penombra appena appena illuminate da tre sole lampadine di un lampadario centrale a "brindoli" che pur poteva vantarne a decine di lampadine a goccia tra le altre gocce lacrimose pendenti e l'ottone luccicante. Stanza odorosa di Sidol, di Argentil, di Pronto mobili, di fumi di cere spente, di incenso e di fiori freschi e di fiorai oltre la naftalina.
Proprio qui, in questo luogo, silenziosamente parcheggiai in piedi me stesso e sopra un tavolino il vassoio tondo. Finalmente siamo arrivati indenni.
Signor vassoio fine della corsa: capolinea!
Quella donna seduta e la sua voce continua parevano non fossero appena passate, nel medesimo giorno, alla mattina, dal sacrosanto funerale del proprio marito, da una sepoltura, da un marmoreo cimitero monumentale a queste mura domestiche di questa vecchia casa a mattoni pieni. Poi, cosa ci faccio qui proprio io, adesso? Bella domanda! Neppure la conosco questa donna e poi che ci fa proprio qui, proprio ora, anche mia madre? La vita, la passione, la morte, le amicizie, possono essere guidate, estratte a sorte, anche dalla casualità determinante di un pianerottolo su medesimo piano?
La voce della donna si stagliava nella stanza librandosi chiara, alta, rotonda, perfettamente a fuoco, voluminosa. Come una scultura, sul divano, di fianco a quella voce, mia madre silenziosa, attenta, la borsetta ancora sulle ginocchia.
Però
che acustica in questa stanza! Pensai vergognandomene subito appresso nel continuare a curiosare, come un bambino a Natale, l'interno, il contenuto di una scatola chiusa improvvisamente accessibile, sorprendente come ogni vera sorpresa dovrebbe essere. Non riuscire ad essere triste. Fare la parte delladulto o lasciare agire il bambino? Nessuna responsabilità, bella libertà la libertà sfacciata bambinesca, fantasia e nuvole comprese.
La realtà eccola, come improvviso "stop" ad un registratore nellatto di catturare suoni e parole parole parole. Clic, stop basta così, pigio?
Quasi quasi schiaccio solo il tasto "pausa" e interrompo la voce e la sua registrazione: "Scusatemi... Quanto zucchero?
si raffredda
"
Con queste parole, come un cameriere tornai in punta di piedi nella realtà seriosa come classico scontrino da pagare che prima o poi arriva. La donna ed anche mia madre, però, non se ne curarono della mia domanda "pausa-interruzione-gentile". Parevano distratte, assorte a fissare ambedue un punto indefinito sul tappeto e fu così che quella voce, al girare lento del suo capo, continuò imperterrita a parlare rivolgendosi proprio a me dritto dritto negli occhi: "Gentile signore, La musica è stata la nostra passione giovanile, la musica ci unì e la musica è stata il nostro rifugio quotidiano per tutta una vita... Sappia che io sono stata una donna, continuò fissandomi, ho due orecchie vede, due spalle, due braccia, due mani, due gambe, io ho anche due seni! Capisce due seni? Sarebbe stato bello sapere dove potevano finire i miei seni, anche se poi potevano esserci le conseguenze, avrei voluto sapere, avrei voluto non abortire. (clic-pausa silenzio, clic rec) Lo dissi allora persino a mio padre, lo dissi a mio marito, poi quasi implorai mia madre che di nuovo implorò per me mio padre. Eppure ci sposammo, fu una bella cerimonia felice.
Si segga, cosa fa li in piedi impalato davanti a quei dischi? Si sieda, la prego si sieda. Capirà. Se non fossi stato lunico in piedi in quella stanza forse non avrei compreso che la donna si rivolgeva proprio a me. Con il medesimo tono continuò a parlare osservando il solito punto qualsiasi sul medesimo tappeto: capirà che io ero per lui come una zingara all'angolo di una via. Ogni giorno io tentavo di leggere il mio futuro di donna nel palmo della sua mano, eppure mio marito continuava a ripetere ad intervalli regolari di amarmi perfettamente: non noti quanto ti amo? Ed io gli chiedevo ogni giorno amore e quale e come e dove era la vera nostra ragione infine. Le posso parlare dei miei precedenti? Ci furono spesso solo quattro mura appoggiate sul parquet di questa stanza, io stavo giorni giorni e notti sul letto, sul nostro letto matrimoniale, senza dormire e rosicchiare le unghia delle mie mani e sognare di nuovo le sue, di nuovo calde, attente, delicate le sue mani. Quando poi lui una notte gettò improvvisamente il lume acceso dal comodino su quelle mie lenzuola, lei, caro signore, non può immaginare cosa sia l'odore di bruciato, è strano l'odore di bruciato, attraversa la pelle, la divora, ti entra sotto le unghia e le rosicchia, mangia la carne intorno e non la smette. Fu così che mio marito uscì veloce dal bagno, gettò una coperta e mi prese di peso e mi scaraventò nella vasca piena d'acqua e l'acqua gelata spense il fuoco, ed io riuscii persino a credere che mi avesse salvato la vita. Mio marito mi ama, mi dicevo. Se questo non è amore cosa è? Se questo non è Amore. Amore è amore. Potevo vivere senza di lui
Potevo vivere senza di lui? Ero come una voce suadente, come una cantante bellissima dentro la radio o dentro un disco. Sembra esserci davvero reale solo se si ha la fiducia, solo se si hanno gli occhi abbastanza socchiusi, solo se la si ricorda ancora perfettamente quando ella cantò proprio quella canzone dal vivo e quasi si attende che ella appaia e si materializzi svenevole cantante innamorata di una canzone. Ma ella non appare mai, si attende persino che per una volta almeno, finalmente, ella improvvisamente stoni ma non stona mai, è sempre perfetta, ripetizione perfetta ove neppure il fruscio evidente per lusura può disturbare la sua quotidiana ripetitiva, ossessiva esecuzione. La famiglia è pubblico molto esigente ma è pubblico tradizionale, vuole solo applaudire, caro signore.
Si, sì, certo... so già cosa vorrebbe dirmi ora, so bene che era pur sempre mio marito; per cortesia, abbia pazienza ancora, cercherò di spiegare meglio anche se in certe situazioni, soprattutto oggi non conta più molto spiegare, mio marito, io lo sposai in chiesa, felici con me lo sposarono anche tutta la mia famiglia e la sua con me fece lo stesso, e io lamavo, oh se l'amavo... certamente, lo giuro l'amavo davvero, o almeno il sentimento che provavo per lui era esattamente ciò che tutti loro, dannatamente, ostinatamente mi avevano insegnato a chiamare Amore.
Ci siamo conosciuti che io avevo poco meno di diciassette anni, due meno di lui, eravamo ad un ballo studentesco, lorchestrina forse pure stonava e una sottile polvere di talco saliva dalla pedana ai nostri passi più scatenati ...
Non puoi parlare più forte!?
Non sento nulla, cosa ne pensi se uscissimo fuori in giardino? Così mi disse ridendo forte e forte e decisa fu la sua presa e quei suoi denti così bianchi, così come sorridendo mi disse più tardi, non molto più tardi: che schifo questo sangue, ma sono mestruazioni?
Ma tu, ma tu come ti chiami. Qual è il tuo nome? Quale è il mio nome? Risposi timida che mi chiamavo Annamaria, il nome delle mie due care nonne, nonna Anna e nonna Maria. Si fece serio e non parlò più asciugandomi delicatamente le lacrime proprio con questo fazzoletto, proprio questo, lo osservi bene, non è il mio, non è neppure il suo, questo fazzoletto è stato il nostro vero silenzioso testimone di nozze. Ci sposammo quattro mesi dopo quel ballo. Antonio, più che me, forse sposò limperativo dei nostri genitori, insieme sposammo la nostra voglia giovanile di felicità e lallegria di poter credere di possederla.
Talvolta egli ripeteva di amarmi perdutamente.
Lo giuro, mi creda caro signore, ancora oggi in verità io gli credo, anche se a settantanove anni suonati, non dovrei più credere a certe cose.
Due zollette di zucchero, grazie.
Ecco qui signora. Clic, stop.
Slamp slamp fa il nastro finito del registratore.