HOME PAGE

INDICE
NUMERO 21


Lector Digicode 2.24 di Igor Zamberlan

 

Il Digicode 2.24 è uno dei migliori oggetti di riproduzione della musica digitale che siano passati da casa mia. E già così la recensione si potrebbe chiudere, se fossi, io, fra quelli che pensano che le recensioni siano solo utili a stabilire se un oggetto è piaciuto o meno al recensore. Ma non è così.

Credo, infatti, che il compito di una recensione sia quello di descrivere la tecnica e il suono di un apparecchio, di dare un’idea del valore di un oggetto, della sua impostazione, del tipo di suono che produce, per permettere al lettore di farsi una sua idea, mediata dalla conoscenza dei gusti, dei riferimenti e della preparazione di ciascun recensore. E ormai, sull’alta fedeltà, ho speso pubblicamente tante parole da rendere possibile a ciascuno farsi un’idea almeno su questo recensore.

Lector

 

Lector è il decano dei costruttori italiani di apparecchi digitali. Non è un marchio particolarmente diffuso (se per "particolarmente diffuso" intendiamo Marantz o Sony) o di cui si parli moltissimo nelle riviste italiane; in Italia ha, comunque, un numero abbastanza consistente di utenti estremamente soddisfatti, che utilizzano da anni apparecchi dell’azienda pavese.

Personalmente ricordo con piacere la mia prima accoppiata digitale "seria", che era proprio della Lector: si trattava di un Digidrive/Digicode prima versione, una macchina estremamente corretta e piacevole, soprattutto per l’epoca, che il collega Bollorino ancora possiede e che presto sarà al centro di… vabbè, ogni cosa a suo tempo.

Nel digitale, Lector ha sempre avuto un’immagine abbastanza precisa, fatta di stadi d’uscita a valvole, controllo del jitter e cura delle alimentazioni. Tutte cose a cui molti costruttori sono arrivati dopo Lector. E non parlo solo di costruttori italiani.

Il Digicode 2.24 rappresenta l’ultima evoluzione, lato convertitori D-A, della filosofia Lector.

L’alimentazione è in un box separato e ha linee separate per gli stadi digitali e quelli analogici, tanto che il pannello frontale dell’alimentatore ha tre interruttori separati, un generale, uno dedicato alle linee digitali e uno dedicato alle linee analogiche. Le linee sono poi stabilizzate, con un numero consistente di stabilizzatori separati, all’interno del telaio principale del DAC.

Il DAC ha ingressi digitali coassiali e AES/EBU. Il recupero del segnale in ingresso è affidato a un Crystal CS8414. Però qui, come testimonianza del valore che Lector dà alla riduzione del jitter, troviamo, dopo il ricevitore, un PLL discreto con quarzo dedicato che si occupa di ridurre il jitter per la frequenza a cui plausibilmente sarà più utilizzato il DAC, quella dei CD.

Dopo questo trattamento, il segnale ricondizionato viene inviato a un filtro NPC SM5842, scelto da Lector perché, fra quelli disponibili, è, secondo il progettista Claudio Romagnoli, ancora uno dei migliori come risultati d’ascolto, pur essendo ormai piuttosto anziano. La scelta di questo filtro determina la limitazione della macchina alle sole frequenze di campionamento 1x: non è, il Digicode 2.24, in questa versione, compatibile coi segnali a 96 kHz. Il fattore di campionamento dell’NPC è pari ad 8. Il costruttore permette di scegliere se utilizzare il filtro a roll-off lento (che attenua prima e in modo più blando, ma che presenta minor ripple e minore pre-oscillazione sulla risposta all’impulso) o il filtro a roll-off veloce (che ha un’attenuazione più rapida delle spurie digitali e una frequenza di intervento più alta). La scelta di default è quella del filtro a roll-off lento, che ho utilizzato per questa prova (più in là, anche per il motivo che spiego sotto, ci sarà un approfondimento di indagine).

Dopo il filtro, si trovano quattro convertitori multibit allo stato dell’arte, i Burr Brown PCM1704, unici R-2R veri sul mercato ad accettare una parola in ingresso di 24 bit (non ad avere una risoluzione di 24 bit: a quella non ci arriva nessuno, richiederebbe un rapporto segnale/rumore tipico di una resistenza, non di un dispositivo attivo, e comunque non credo si possano costruire degli stadi analogici con un rapporto segnale/rumore di 144 dB). Perché quattro convertitori? Perché l’architettura del Digicode 2.24 è, per la prima volta per un Lector, intrinsecamente bilanciata. Un DAC per canale è configurato per uscire con il segnale analogico di polarità positiva, l’altro per uscire con il segnale analogico di polarità negativa. Da lì il circuito è completamente sdoppiato per ciascuna polarità. Lo stadio d’uscita è un’esclusiva Lector: in pratica, il piedino di uscita di ciascun DAC, che esce in corrente, è direttamente connesso al piedino di una valvola, ottenendo uno dei rarissimi stadi d’uscita di convertitori digitali/analogici che possono, a buon diritto, essere definiti valvolari e non ibridi. La valvola viene infatti impiegata, qui, anche come convertitore corrente/tensione. A questo proposito, ribadisco che sono disposto a considerare valvolari anche quei DAC i cui convertitori escano in corrente e in cui la conversione in tensione venga effettuata per via passiva, con una resistenza o con un trasformatore; qualche dubbio in più ho sui convertitori che escono in tensione. Se sono multibit, hanno sicuramente un operazionale interno, non by-passabile, che effettua la necessaria conversione. Se sono monobit, o low-bit, quasi sempre tale operazionale c’è; l’unico dubbio è sui chip a rete di capacità commutate come i Crystal, che nominalmente non avrebbero bisogno di operazionali a bordo.

Nel Lector, anche il blando filtro analogico in uscita è implementato utilizzando valvole come dispositivi attivi; in pratica, il segnale, dopo la conversione, vede solamente tubi. Le uscite sono XLR o RCA. Ovviamente queste ultime portano il segnale non bilanciato; non essendoci qui stadi sommatori, il segnale utilizzato viene prelevato da un solo convertitore e da una sola linea di stadio analogico per l’uscita single-ended . E’ tuttavia possibile, a richiesta, configurare le uscite XLR in modo che portino, sui due pin attivi del connettore, il segnale positivo di entrambi i DAC, in modo da poter collegare, con un cavo speciale, tali uscite a un ingresso sbilanciato, ottenendo un’impedenza d’uscita inferiore (maggiore erogazione di corrente, cioè). Ed è questo uno dei motivi per cui ci sarà un supplemento di indagine: il cavo adeguato non mi è arrivato in tempo per la chiusura della prova, che si stava protraendo già da molto tempo, per cui mi riprometto di aggiornare questo articolo in corso d’opera o di presentare, magari anche sulla mia rubrica, un approfondimento sulle configurazioni interne del Digicode 2.24 e sui risultati di ascolto.

La costruzione interna del DAC è modulare. C’è una scheda per lo stadio di ingresso digitale e il filtro, una per la conversione, una per le uscite. E’ quindi possibile, se l’azienda reputerà opportuno farne, aggiornare questo DAC con una spesa relativamente modesta, almeno in termini di manodopera.

L’estetica non è nulla di straordinario, secondo me, ma è ormai un classico per Lector; peraltro il telaio è estremamente robusto e razionale ed ha un altissimo potere schermante, a quanto mi dice il progettista (mi permetto di dire che non amo particolarmente le fiancatine in legno, ma de gustibus…). Gli ingressi vengono selezionati automaticamente dalla macchina (no, non ho provato a vedere cosa succede inviando contemporaneamente segnale a più ingressi, ma suppongo non succeda nulla: ci dovrebbe essere un ordine di priorità fra essi). Non ho provato particolari tweak: penso che un apparecchio debba al suo acquirente di suonare così com’è consegnato, senza oli di serpente o magie varie.

I contenuti tecnologici, la qualità complessiva, il valore dei componenti utilizzati mi fanno reputare il prezzo del Digicode 2.24 sul mercato italiano decisamente concorrenziale. Il che varrebbe poco, se il suono non fosse…

 

Il suono del Digicode 2.24

 

…come scrivevo sopra, uno fra i migliori digitali che ho sentito. Prima di dirvi in che senso, la rituale descrizione del sistema: meccanica in residenza Pioneer/DVDUpgrades, seguita o no dall’Apogee BigBen; preamplificatori vari, dal Tom Evans al Leben (presto in prova) allo Shindo (ormai venduto), finali vari, dagli Shindo al Leben (anche lui…) al Pass Aleph 5, a vari finali in classe D; diffusori B&W Silver Signature, Wilson Benesch Arc e Curve, cavi vari (per il digitale Ecosse, White Gold Sublimis e Ecosse, principalmente; per l’alimentazione del DAC principalmente il buon vecchio Electrocompaniet e un ART, anche se devo dire che, forse a causa dell’implementazione dell’alimentazione, anche l’apparentemente generico cavo fornito in dotazione se la cava egregiamente).

Il Lector suona un po’ come l’analogico. Non nel senso caricaturale, però, in cui molti intendono il digitale che suona come l’analogico: il Lector non è smussato, lento o artificiosamente "rotondizzato". Il Lector è vivido, come raramente il digitale sa essere e come tutto il buon analogico è. La musica, col Lector, si impone all’ascoltatore. Lo fa senza urlare, senza strepitare, senza sparare dettaglio insensato o alte frequenze incattivite, senza diventare monitor. Ma è presente, eccezionalmente presente. Ottiene questa presenza attraverso un’eccellente consistenza armonica (mi verrebbe da dire tutta quella permessa dal limitato mezzo a 16 bit, ma mai dire mai) e attraverso una dinamica da primato, che pare dire "Balla, ascoltatore". Fra l’altro, mi sono chiesto se questa caratteristica dipenda da un livello d’uscita evidentemente molto più alto di quello standard (tanto che l’ingresso del Tom Evans veniva saturato coi dischi che arrivano allo 0dB digitale, per cui ho preferito, dopo le prime prove, usare altri preamplificatori); ma tale dinamica è apparente anche equalizzando i livelli con altre sorgenti digitali. E se fossero, semplicemente, i convertitori multibit, troppo presto abbandonati dal "mainstream" del nostro settore?

Già questa presenza e questa dinamica, che ripristinano, come poche volte mi è capitato di sentire, il senso di "sorpresa" nella musica, che col digitale manca praticamente sempre, sarebbero sufficienti a farmi amare il Lector. Ma non finisce qui.

Il bilanciamento tonale potrebbe essere blandamente criticato. La mia esperienza di Lector mi dice che, da sempre, i lettori della Casa hanno un estremo basso ampio ma non smorzatissimo e un mediobasso in lieve evidenza. Mi pare che qui questa caratteristica resti sempre, ma che sia tenuta sotto controllo a livello tale da far percepire sì un’aria di famiglia con il resto della produzione dell’azienda pavese, ma da non farla catalogare come colorazione. Il suono complessivo, comunque, si potrebbe descrivere come lievemente tendente allo scuro (lievemente). Solo che la gamma acuta c’è tutta, ed è bella, cristallina, capace di essere incisiva quando serve e di stare al suo posto quando deve starci. Prendendo ad esempio un disco di pianoforte, si possono gustare l’impulsività e lo sviluppo armonico dello strumento, insieme. Ecco, quello del Lector è un suono sicuro, che mostra certezze, che non ha esitazioni. Autorevole, ma educato. In ogni caso, lontano tanto dallo stereotipo del digitale "morbido" che scimmiotta l’analogico (arriva ad avvicinarglisi per vie non banali) quanto dallo stereotipo del digitale "digitale", tutto perfezione e precisione. Il calore della musica c’è, qui, la comunicazione arriva e coglie nel segno.

La grana è molto fine (anche se non è quella del dCS Delius che utilizzo come riferimento). Il livello di dettaglio è elevato, ma è un po’ diverso da quello del Delius: è come se il DAC britannico si soffermasse più su una parte dei dettagli e il DAC italiano su un’altra parte. Il Delius restituisce, ad esempio, maggior aria e una maggior ambienza (intesa tanto come dimensionamento della scena acustica, quanto come presenza dei piccoli riverberi che la descrivono); il Lector restituisce meglio le armonie interne, le seconde voci, pare chiarire meglio il rapporto fra esse.

La gamma media, ad esempio la grana delle voci, è, per lo standard CD, di livello elevatissimo. Difetti? Mah, a volte mi pare che la scena possa essere più profonda, ma solo a confronto diretto con il Delius; a volte mi pare che l’acuto sia un po’ — appena un po’, e sempre rispetto al Delius — slegato dal resto della gamma, a determinare una raffinatezza complessiva leggermente inferiore a quella dell’inglese. Ma i colori strumentali e il senso di "vita" del Lector restano, a mio giudizio, nelle mie condizioni, superiori a quelli dell’inglese.

Ma rendetevi conto: sto confrontando il Lector con un DAC dal prezzo almeno triplo (anche se la mia versione è un po’ anziana; il mio tentativo di upgrade è miseramente fallito, probabilmente per mia imperizia, e ora devo inviare il Delius in assistenza, altro motivo per cui ritornerò sul Lector appena riavrò il Delius). E dal confronto emerge che — sì, mi sbilancio — avrei parecchie difficoltà a scegliere fra le due macchine. Se sono disposto da un lato a riconoscere una superiorità tecnica e formale al Delius (nel senso che credo che intrinsecamente sia un oggetto che può vantare qualche superiorità rispetto al Lector negli aspetti formali del suono), dall’altro lato mi pare che la maniera che ha il Lector di cogliere l’essenza della musica (e ragazzi, non scherziamo paragonandolo ai DAC taiwanesi non oversampling: al confronto anche il Paradisea sembra rotto, non tiene neanche lontanamente il passo, pur potendo sembrare simile se si ascolta un disco senza contenuto di alte e basse frequenze, magari dando le spalle all’impianto, coi diffusori mal posizionati) sia più concorde col messaggio stesso, che il Lector — pur non avendo alcun particolare errore sistematico, non patendo di colorazioni soverchie, lasciando sentire la differenza fra i dischi — colga meglio e lasci cogliere meglio la musica. Che poi è quello che ci interessa, vero?

Consigliatissimo, da ascoltare senza dubbio prima di qualsiasi scelta, al suo livello di prezzo e molto, molto oltre. E’ un oggetto piuttosto unico. E ora, ing Romagnoli, quella scheda per gli ingressi a 96 e 192k, dov’è? A quel punto, sa, questo potrebbe diventare il mio DAC!


© 2006 VIDEOHIFI.COM