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NUMERO 18


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Rapsodia numero due (o di un disco, due cavi e un DAC)

Continuo con l’andamento rapsodico dato a questa rubrica nei numeri precedenti. Solo una piccola nota per dire che, nonostante i vari profeti di sventura, continuo a rimanere moderatamente ottimista sul futuro del SACD. Sarà un formato di nicchia per audiofili, portato avanti per ora dalle piccole etichette, dalla musica classica e da qualche edizione limitata delle major? Va bene. In fondo, allo stato attualee e se si esclude il mercato DJ, il vinile è la stessa cosa. E poi, mi pare che SonyBMG qualcosa stia facendo: i dischi recenti di Harnoncourt sono ibridi, l’esordio di Baiba Skride e il Concerto per Violino di Ciaikovski con Bell, Tilson Thomas e i Berliner sono ibridi, le riedizioni Living Stereo vanno avanti. Non ci sono dischi di leggera? Beh, quelli sono spesso su vinile. Con un buon giradischi e una buona macchina multiformato c’è abbastanza musica in giro da costituire una bella preoccupazione  per il mio portafogli e il mio conto in banca.

Un disco

E che disco. Tanto che chiamarlo disco mi risulta persino difficile. Intanto i SACD contenuti nella confezione sono due. E poi, signori, la confezione. E’ stata la mia strenna preferita per le feste appena passate: un libro di quasi trecento pagine, con copertina rigida, in formato 15x20. Il titolo è “Miguel de Cervantes – Don Quixote de la ManchaRomances y Musicas”. Sembrerebbe trattarsi di un’edizione limitata, l’occasione è il quarto centenario dell’uscita della prima parte di uno dei grandi capisaldi della letteratura mondiale, il Don Chisciotte di Cervantes, la cui prima pubblicazione è del 1605. L’etichetta – l’editore, direi, in questo caso – è Alia Vox, l’impresa della famiglia Savall, che si avvale per le registrazioni dei servigi di Musica Numeris, il service di Nicholas Bartholomee, che registra e prepara i master per molte altre etichette, oltre che per le proprie Mirare e Ambroisie (a quando i SACD su queste etichette?). Stavolta la registrazione, avvenuta fra febbraio e aprile 2005 nella magica acustica della Collegiata del Castello di Cardona, è firmata dal principale collaboratore di Bartholomee, Nicolas de Beco; direi che l’allievo e il maestro sono sullo stesso piano. Calore e presenza, riproduzione splendida dell’acustica – magica e raccolta, a giudicare dai dischi – del luogo di registrazione. Da riferimento, anche per i motivi che vi dirò dopo. Gli esecutori sono la famiglia Savall (Jordi Savall direttore e violista, Montserrat Figueras soprano, Arianna Savall soprano e arpista, Ferran Savall tenore) e quei parterre de rois che sono attualmente i gruppi Hesperion XXI (strumentale) e La Capella Reial de Catalunya (vocale), con nomi come Andrew Lawrence-King (qualcuno dice che al Tower Records di New York c’è una sezione di musica rinascimentale e barocca numerosissima, che in appendice ha dodici dischi sotto l’etichetta “Dischi di rinascimentale senza Lawrence-King”), Begona Olavide (nota agli audiofili per i suoi dischi su etichetta MA Recordings), Philippe Pierlot, Pedro Estevan, Furio Zanasi, Daniele Carnovich e, quale ospite, Gloria Banditelli.

La musica include romanze e canzoni con testi spesso di Cervantes e pezzi strumentali coevi all’opera celebrata, eseguiti con i tratti che tutti coloro che conoscono Savall hanno imparato ad amare in questi ultimi – accidenti – trent’anni. A questo proposito, per una copiosa introduzione all’arte di Savall e Figueras, sono disponibili dei cofanetti Virgin di cinque e otto CD al prezzo di uno sulla Spagna antica e sulla musica rinascimentale: arraffateli finché li trovate, non dureranno in eterno. E’ una cifra esecutiva varia e teatrale, che mantiene desto l’interesse verso dei pezzi che, in altre mani, rischiano di diventare presto monotoni, ma che, eseguiti da Savall e compagni, sono ascoltabili con piacere continuo anche da chi è completamente profano di musica rinascimentale e proto-barocca.

Il lampo di genio – e il motivo per cui consiglio questo disco come riferimento, oltre che come splendido oggetto – è qui quello di alternare i pezzi con letture drammatiche di brani del Quixote, affidate essenzialmente a Jesus Fuente, sotto le quali spesso sentiamo frammenti e improvvisazioni degli esecutori strumentali. Una voce che parla, che legge può essere incredibilmente rivelatoria per valutare un sistema di riproduzione audio: se l’esperienza della musica eseguita è quasi sempre associata ad occasioni speciali – eccetto che per chi ha familiarità diretta con il suono degli strumenti perché esecutore in prima persona –, quella di sentire una voce che parla è, forse, la cosa più quotidiana per ciascuno di noi. Se, in una voce che parla, c’è qualcosa di strano, lo percepiamo subito e senza bisogno di particolari analisi, senza dover andare a scandagliare la nostra memoria per ricordarci dell’ultima volta che abbiamo sentito quel particolare strumento o quel particolare impasto, sempre che abbiamo avuto la possibilità di farlo. Mi è capitato spesso di capire al volo dov’erano delle colorazioni solo ascoltando una voce, per vederle poi confermate da ascolti più approfonditi.

E poi, resta l’oggetto bellissimo, con foto, riproduzioni dei frontespizi d’epoca, testi multilingue. Non so se la dicitura “edizione limitata” sia una realtà o una minaccia; in ogni caso, ritenetevi avvertiti, non lo troverete per sempre nei negozi.

Due cavi

Di interesse forse limitato in Digitalia i cavi coassiali, visto che riguardano solo chi sceglie un sistema che permette di inviare alle uscite digitali standard l’alta risoluzione (DVDUpgrades, 3d Labs, il kit da autocostruire per portare fuori i dati PCM che entrno nel DAC nei lettori su base Mediatek come i Pioneer 575 e 585 che si trova su Internet). Però possono, ad esempio, servire se si vuole aggiungere un DAC per i CD alla propria sorgente SACD/DVD-Audio.

Il mio riferimento come cavo digitale è, ormai da oltre un anno, il White Gold Sublimis. E’ un cavo molto “integrante”, con una tendenza a farsi dimenticare e a restituire una scena e un’immagine sonora naturali e coordinate, con una fluidità e un’assenza di grana che trovo, ormai, irrinunciabili (probabilmente fino a quando non mi verrà inviato da quella sorta di diavoletto tentatore del costruttore il nuovo Infinito…). Il mio cavo digitale “di base” resta, da anni, l’Apogee, un oggetto acquistabile per meno di cento euro e utilizzato negli studi di registrazione, che risponde abbastanza strettamente ai requisiti tecnici dell’interfaccia digitale S/PDIF: 75 ohm, connettori ad impedenza controllata, lavorazione a regola d’arte, isolamento sufficiente da non irradiare interferenze.

In questi ultimi mesi ho ricevuto in prova la nuova versione del cavo digitale Shat (la VI) e il cavo coassiale Boomerang. Sono due cavi di costo e costruzione abbastanza diversi; lo Shat è un lavoro certosino di cablaggio e isolamento in teflon stratificato e costa più di 600 Euro; il Boomerang sfrutta i conduttori CAT-5 comuni a tutta la linea del costruttore pordenonese in una configurazione, tuttavia, non banale – posso rendermi conto di una twistatura molto precisa, altri dettagli di costruzione non mi sono noti – e, grazie al nuovo sistema di vendita di Boomerang, viene proposto a centoventi Euro (da notare che anche Shat vende direttamente, la complessità della costruzione del cavo torinese è tale per cui penso sia possibile tenere un prezzo simile solo attraverso questo modello di commercializzazione).

Quello dei cavi digitali è un argomento piuttosto controverso; c’è chi sostiene, su basi tecniche, che non è semplicemente possibile che un cavo coassiale a 75 ohm suoni diversamente da un altro cavo coassiale a 75 ohm in questo utilizzo. Pur apprezzando l’argomento tecnico, devo dire che la mia esperienza non collima con quanto sta scritto nei libri di testo. L’Apogee, per dire, pur essendo, come dicevo sopra, tecnicamente corretto, ha un suono abbastanza diverso e meno piacevole – credo meno corretto – di quello proposto dal riferimento “alto” White Gold: è più crudo, tende a restituire il dettaglio in modo meno garbato, propone una timbrica più, ahem, digitale e descrive una scena meno vasta. Perché? Che ne so, in questo caso mi limito, laicamente, a dirvi quel che sento.

Ora devo dirvi cosa sento con Shat e Boomerang. Ecco, qui viene il difficile, ora scriverò un’altra cosa che manderè forse ancor più in bestia gli oggettivisti. Una prova a “switch rapidi” di cavi digitali è parecchio rischiosa, perché non conosco oggetti che risentano di più del rodaggio e del “settling time” (mai notato che, in un impianto trasparente – direi critico –, passa comunque un certo tempo prima che suoni al suo meglio se si spostano componenti e cavi?). In particolare, non credo che nessuno dei due cavi qui esaminati sia ancora “cotto a puntino”, per cui mi riservo ulteriori note e modifiche a quanto vi sto descrivendo.

Però qualcosa vi posso dire. I due cavi hanno tratti comuni, confrontati al White Gold, e tratti che li distinguono fra loro. Tutt’e due tendono a restituire una scena più larga rispetto al riferimento e tendono a integrare meno il dettaglio e gli esecutori fra loro. E queste potrebbero, quindi, essere caratteristiche del White Gold, sue peculiarità.

I tratti essenziali dello Shat sono una grande vividezza, un eccellente respiro e una dinamica di assoluto rilievo. Il dettaglio riproposto è intagliato, nitido, quasi spiccato; la scena ampia nel senso della larghezza e, forse, ancora un po’ inferiore a quella del White Gold nel senso della profondità. E’ comunque molto alta ed estremamente definita. C’è un bel senso di ordine nella riproduzione, di esecutori che stanno dove dovrebbero stare. I decadimenti sono lunghi e precisi. Dove rimane un po’ indietro rispetto al riferimento alto è nella corposità degli esecutori, più percettibili come “peso” e materia nel caso del White gold, un po’ meno tridimensionali con lo Shat. La grana è un po’ più percettibile, le sibilanti in leve maggior evidenza. Credo che lo Shat possa essere un cavo che presenta meno jitter, in assoluto, rispetto al White Gold, comunque; probabilmente diventerà più integrante con l’uso.

Il Boomerang è ancora meno rodato rispetto allo Shat. E’ però, fin da subito, nettamente superiore al riferimento basso, che è quello a lui più vicino per prezzo. Si avvicina, anzi, per impostazione proprio al riferimento alto: è raffinato e, facendo i conti con quanto scrivevo sopra circa rodaggio e tempo di acclimatazione, decisamente integrante. Certo, è un po’ indietro rispetto al White Gold come colore strumentale e sviluppo armonico, ma restituisce comunque un suono pastoso e piacevole. Anche lui evidenzia un pochino le sibilanti, rispetto al cavo top, e anche lui restituisce una scena meno profonda, presentando maggiore grana. E’ comunque una sicura rivelazione, tenendo presente il suo prezzo assolutamente concorrenziale.

Altro in arrivo su questi cavi…

Un DAC

Come promesso un paio di numeri fa, continuo a parlarvi dell’Altmann Attraction.

Il piccolo DAC tedesco è un concentrato di teorie eretiche, sulle quali mi dilungherò nel prossimo numero, mettendolo a confronto anche con un paio di DAC taiwanesi che mi sono stati promessi e che, come lui, non sovracampionano. Per stavolta, vi parlo del suo suono.

Peraltro, parlare di un DAC non oversampling mi pone dei problemi. Sto, come direbbero gli  anglosassoni, predicando al coro dei non numerosissimi – ma dotati di stentorea voce – fans di questo minoritario eretico approccio o sto parlando a chi non sa ancora di cosa diavolo si tratta? Devo convertire – o condannare come eretico – qualcuno o posso considerare l’escissione del filtro digitale uno fra i tanti, diversi approcci alla riproduzione digitale? Chissà. Certo, secondo me un approccio più ragionato all’intera faccenda sarebbe possibile – qui lo dico e qui lo nego: lo zero oversampling per il CD è una semplice utopia, troppi sono i problemi tecnici che pone, ma per l’alta risoluzione, per le frequenze di campionamento almeno 2fs, da 88.2 in su, il discorso tiene – ma mi riservo la trattazione per un’altra volta. La prossima, magari.

Rompendo la tradizione di Digitalia, e confermando l’attimo di pearsoniana vanità (non nel senso della vanità di Pearson, che quand’anche fosse sarebbe giustificata da trent’anni di militanza e dal prestigio acquisito, ma nel senso della mia vanità a fare il Pearson in sedicesimo) di questa serie di reports in progress, stavolta comincio col suono dell’Attraction col CD.

La mia prima esperienza con lo zero oversampling è arrivata qualche anno fa, quando se ne cominciava a parlare, con un DAC con il TDA1541A connesso alla I2S di una CDPRO. Parecchio lontano dai miei gusti, il suono del DAC, costruito in modo semplice, ma con tutti i crismi del minimalismo di bon ton, faticava a tenermi sveglio. Sarà pure stato rilassato e naturale, ma mancava interamente di quella tensione e di quel senso di circostanza che fa la musica, che è la musica viva.

Ecco, l’Attraction è diverso. Saranno le eresie del suo costruttore, sarà il fatto che è meno masochisticamente purista di certi progetti che si vedono in giro – un giorno mi tolgo due sassolini dalle scarpe anche sulla prassi di tagliare le piste e  by-passare il filtro sui vecchi lettori su base Philips 16 bit – ma questo DAC non mi provoca alcun torpore.

Forse, però, vi dovrei parlare delle principali fra le eresie del costruttore. Cominciamo da quelle visibili solo dando un’occhiata al DAC. Non c’è, qui, cabinet di per sé. La scheda è incollata ad un’assicella di abete rosso laccata probabilmente con quella soluzione di sostanze naturali che tanto poco era piaciuta a Bollorino quando l’aveva spalmata sui suoi chip. Infatti, per i primi giorni dopo la consegna, l’assicella è appiccicaticcia piuttosto (poi il legno finisce di assorbirla e l’essicazione si completa). Le motivazioni di Charles Altmann sono piuttosto razionali, invero: non si possono, semplicemente, eliminare le vibrazioni, non del tutto. E allora tanto vale tenersele, ma è furbo cercare che almeno siano consonanti con la musica. Utilizzando abete rosso (il legno con cui si fanno gli strumenti ad arco) e lacche naturali (quelle che si usano, ad esempio, sulle chitarre), si dovrebbe poter ottenere un tipo di vibrazione controllata e gradevole, come quella degli strumenti musicali.

L’altra eresia evidente è che il DAC non ha, di per sé, alimentazione a bordo. Né ha alimentazione esterna: è fatto per essere alimentato da una batteria, che fornisce l’utente, idealmente una batteria da automobile. Il nome della serie dei componenti Altmann Mother-Of-Tone è BYOB (Bring Your Own Battery, portate la vostra batteria), come vi dicevo già l’altra volta che ve ne ho accennato.

Le cose che non si vedono sono ancora più interessanti, tecnicamente. Per l’eliminazione del sovracampionatore, Altmann ha alcune interessanti spiegazioni classiche, per le quali vi rimando alle sue pagine. In larga approssimazione, una volta passato attraverso un sovracampionatore il segnale presenta pre-ringing e post-ringing che si vedono sull’onda quadra o sulla risposta all’impulso e che diventano inestricabili dal segnale, cioè oscillazioni dopo un picco – normali, naturali – e prima di un picco – anormali, innaturali, tipiche dei sistemi digitali. Un filtro a roll-off lento, come quelli presenti nei DAC e nei sovracampionatori Burr Brown e NPC recenti, permette di limitare, ma non di risolvere il problema (in realtà, devo dire che con filtrature ancora più sofisticate, come l’Alpha Processing di Denon, il pre-ringing viene praticamente eliminato; il post-ringing, dicevo sopra, è un problema molto minore). Eliminando il filtro digitale e utilizzando filtri analogici blandi, il problema si risolve. Non cominciate nemmeno a parlare ad Altmann di upsampling: potrebbe mangiarvi. Ha, qui, una spiegazione in larga misura condivisibile per la sua avversione: una volta passato attraverso un convertitore asincrono di sample rate, il segnale diventa un tutt’uno inestricabile con il jitter non reiettato dal sistema di sincronizzazione che lo precede. Non c’è, a quel punto, più santo che tenga; nessun sistema di riduzione del jitter può più capire cosa è segnale e cosa è jitter, di quel che entra, e non sarà più possibile farci nulla. La soluzione a molti dei problemi del digitale PCM, ci dice Altmann, è comunque quella di aumentare la frequenza d campionamento. Sulle motivazioni, vi dirò di più la prossima volta, quando parlerò di questo DAC in alta risoluzione – o meglio, in alta frequenza di campionamento.

Il resto delle teorie assume carattere eretico in relazione a quell’eresia che si chiama zero oversampling. Pare, infatti, che la tribù dei cestinatori del filtro digitale sia convinta che il jitter, con lo zero oversampling, non sia un problema, probabilmente trascinata dalle teorie – ahimé, in questo caso, alquanto discutibili – di qualche guru giapponese. In realtà il jitter è un problema tanto quanto con il filtro, dato che il rapporto da tenere d’occhio è quello con la frequenza base, non con la frequenza sovracampionata – anzi, il sovracampionamento qualcosa risolve, allargando il segnale e mantenendo il jitter costante lo si diminuisce in rapporto alla parte significativa del segnale, non lo si aumenta… E le misure di Altmann per minimizzare il jitter hanno qualcosa di eroico. C’è, prima di tutto, il suo JISCO, un antijitter che funziona decorrelando il jitter rispetto al segnale, rendendolo rumore casuale, e che fa uso di un clock che non è in rapporto con la frequenza di campionamento del segnale in ingresso. Poi ci sono, invece, due clock distinti, in rapporto con la frequenza di campionamento, a realizzare quella che Altmann chiama UPCI, Ultra Precise Clock Injection, assieme ad un DIR (Digital Input Receiver) proprietario. I quarzi sembrerebbero di ottima qualità; l’utente, comunque, ci deve mettere del suo spostando degli interruttori in base alla frequenza in ingresso. La scheda, nella versione full-optional, prevede infatti quattro diversi switch a levetta, uno per l’accensione, uno per l’inserimento del JISCO, uno per scegliere la frequenza di base (44.1 o 48) e uno per scegliere il fattore di moltiplicazione (1, 2 o 4, andando a coprire tutte le frequenze di campionamento tipiche da 44.1 a 192 kHz).

L’ultima eresia rispetto all’eresia è che il DAC Altmann comunque prevede un blando filtro all’uscita, un filtro analogico voglio dire (magari così riesce a fare di una sinusoide una sinusoide e non una quadra, chi ha visto le esoteriche misure di un esoterico DAC minimalista giapponese sa di cosa parlo), fatto a op-amp. Altmann, evidentemente, è un laico, non ha feticci, non ha mistiche, almeno nell’alta fedeltà. Ah, il DAC esce a un volume piuttosto robusto.

Il suono non è di quelli che si possano giudicare in un confronto a switch rapidi (e amen anche per questo, come per i cavi). In tali condizioni, l’Altmann rivela una certa carenza di dettaglio, una scena piuttosto “corta” e una tendenza a suonare un po’, come dire, carente in quel tipo di respiro che secondo Altmann è dato dalle aberrazioni delle onnipresenti conversioni delta-sigma e dal falso spazio generato dal jitter, secondo me dalla risoluzione (ma vorrei provare un sistema multibit recente almeno con roll-off lento, se non senza sovracampionatore – signori, si può fare e non è detto che… – con DAC a 20 o 24 bit, prima di esserne certo). Sicuramente, tuttavia, il bilanciamento tonale è corretto, piuttosto robusto e apparentemente un po’ scuro, come appena attenuato sulle estreme alte, con un bel basso e una davvero eccellente capacità di tracciare i transienti. Il colore strumentale è ottimo, forse ai migliori livelli sentiti dal digitale a bassa risoluzione e forse superiore a quello del mio dCS. La dinamica non è da zero oversampling – c’è un eccellente respiro – e c’è un senso di silenzio fra le note quasi perfetto, nelle limitazioni del 16 bit a 44100 Hz. E questo è in qualche misura sorprendente, visto che il DAC utilizzato non dovrebbe essere proprio allo stato dell’arte (è un DAC a otto pin alimentato a cinque o sei volt: ipotizzo un Philips 1543 o un 1545).

Ma è nel corso di ascolti lunghi che lo strano accrocchio di Altmann sembra convincere di più; c’è un’intrinseca sensazione di cose-fatte-bene (saranno le vibrazioni “accordate”? Mah…) che rilassa l’ascoltatore, che fa venire voglia di continuare ad ascoltare, che rende difficile spegnere la sera per andare a dormire. Il dettaglio che c’è, che è comunque di tutto rilievo e in linea con quello che riescono a riproporre lettori integrati nella fascia dei due/tremila euro, salvo miracoli, è piacevolmente integrato con la musica, non è illuminato spot. E c’è un lieve, lievissimo colore dominante di tipo ligneo (di nuovo quelle vibrazioni accordate? Non sarà che il costruttore sa il fatto suo e l’ha saputo trovare anche nell’elettronica?), che suona con la musica, che la completa e la rende raffinata. C’è anche una velocità corretta, non da primatista del mondo ma da podista di classe, che fa sì che l’ascoltatore si senta come a casa mentre ascolta.

Con l’alta risoluzione le cose si complicano un po’, ma per sapere come suona con quella dovrete aspettare il prossimo numero della rubrica. O magari no, dipende da quanto tempo avrò a disposizione (e già questo numero ha battuto ogni record, di lunghezza e di ritardo). Tenete d’occhio questa pagina.

 

 


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