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Rapsodia numero due (o di un disco, due cavi e un DAC)
Continuo con l’andamento
rapsodico dato a questa rubrica nei numeri precedenti. Solo una piccola nota
per dire che, nonostante i vari profeti di sventura, continuo a rimanere
moderatamente ottimista sul futuro del SACD. Sarà un formato di nicchia per audiofili, portato avanti per ora dalle piccole etichette,
dalla musica classica e da qualche edizione limitata delle major? Va bene. In
fondo, allo stato attualee e se si esclude il mercato
DJ, il vinile è la stessa cosa. E poi, mi pare che SonyBMG qualcosa stia facendo: i dischi recenti di Harnoncourt sono ibridi, l’esordio di Baiba Skride e il Concerto per Violino di Ciaikovski con Bell, Tilson Thomas e i Berliner sono ibridi, le riedizioni Living Stereo vanno avanti. Non ci sono dischi di leggera?
Beh, quelli sono spesso su vinile. Con un buon giradischi e una buona macchina multiformato c’è abbastanza musica in giro da costituire
una bella preoccupazione per il mio
portafogli e il mio conto in banca.
Un disco
E che disco. Tanto che chiamarlo
disco mi risulta persino difficile. Intanto i SACD contenuti nella confezione
sono due. E poi, signori, la confezione. E’ stata la mia strenna preferita per
le feste appena passate: un libro di quasi trecento pagine, con copertina
rigida, in formato 15x20. Il titolo è “Miguel de Cervantes – Don Quixote de la Mancha – Romances y Musicas”. Sembrerebbe trattarsi di un’edizione limitata,
l’occasione è il quarto centenario dell’uscita della prima parte di uno dei
grandi capisaldi della letteratura mondiale, il Don Chisciotte di Cervantes, la cui prima pubblicazione è del 1605.
L’etichetta – l’editore, direi, in questo caso – è Alia Vox, l’impresa della famiglia Savall, che si avvale
per le registrazioni dei servigi di Musica Numeris,
il service di Nicholas Bartholomee, che registra e prepara i master per molte
altre etichette, oltre che per le proprie Mirare e Ambroisie (a quando i SACD su queste etichette?). Stavolta la registrazione, avvenuta fra
febbraio e aprile 2005 nella magica acustica della Collegiata del Castello di Cardona, è firmata dal principale collaboratore di Bartholomee, Nicolas de Beco;
direi che l’allievo e il maestro sono sullo stesso piano. Calore e presenza,
riproduzione splendida dell’acustica – magica e raccolta, a giudicare dai
dischi – del luogo di registrazione. Da riferimento, anche per i motivi che vi
dirò dopo. Gli esecutori sono la famiglia Savall (Jordi Savall direttore e
violista, Montserrat Figueras soprano, Arianna Savall soprano e arpista, Ferran Savall tenore) e quei
parterre de rois che sono attualmente i gruppi Hesperion XXI (strumentale) e La Capella Reial de Catalunya (vocale), con nomi come Andrew Lawrence-King (qualcuno dice che al Tower Records di New York c’è una sezione di musica rinascimentale e barocca numerosissima,
che in appendice ha dodici dischi sotto l’etichetta “Dischi di rinascimentale
senza Lawrence-King”), Begona Olavide (nota agli audiofili per i suoi dischi su etichetta MA Recordings), Philippe Pierlot, Pedro Estevan, Furio Zanasi, Daniele Carnovich e,
quale ospite, Gloria Banditelli.
La musica include romanze e
canzoni con testi spesso di Cervantes e pezzi
strumentali coevi all’opera celebrata, eseguiti con i tratti che tutti coloro
che conoscono Savall hanno imparato ad amare in
questi ultimi – accidenti – trent’anni. A questo
proposito, per una copiosa introduzione all’arte di Savall e Figueras, sono disponibili dei cofanetti Virgin di cinque e otto CD al prezzo di uno sulla Spagna
antica e sulla musica rinascimentale: arraffateli finché li trovate, non
dureranno in eterno. E’ una cifra esecutiva varia e teatrale, che mantiene
desto l’interesse verso dei pezzi che, in altre mani, rischiano di diventare
presto monotoni, ma che, eseguiti da Savall e
compagni, sono ascoltabili con piacere continuo anche da chi è completamente
profano di musica rinascimentale e proto-barocca.
Il lampo di genio – e il motivo
per cui consiglio questo disco come riferimento, oltre che come splendido
oggetto – è qui quello di alternare i pezzi con letture drammatiche di brani
del Quixote, affidate essenzialmente a Jesus Fuente, sotto le quali
spesso sentiamo frammenti e improvvisazioni degli esecutori strumentali. Una
voce che parla, che legge può essere incredibilmente rivelatoria per valutare un sistema di riproduzione audio: se l’esperienza della musica
eseguita è quasi sempre associata ad occasioni speciali – eccetto che per chi
ha familiarità diretta con il suono degli strumenti perché esecutore in prima
persona –, quella di sentire una voce che parla è, forse, la cosa più
quotidiana per ciascuno di noi. Se, in una voce che parla, c’è qualcosa di
strano, lo percepiamo subito e senza bisogno di particolari analisi, senza
dover andare a scandagliare la nostra memoria per ricordarci dell’ultima volta
che abbiamo sentito quel particolare strumento o quel particolare impasto,
sempre che abbiamo avuto la possibilità di farlo. Mi è capitato spesso di
capire al volo dov’erano delle colorazioni solo ascoltando una voce, per
vederle poi confermate da ascolti più approfonditi.
E poi, resta l’oggetto
bellissimo, con foto, riproduzioni dei frontespizi d’epoca, testi multilingue. Non so se la dicitura “edizione limitata” sia
una realtà o una minaccia; in ogni caso, ritenetevi avvertiti, non lo troverete
per sempre nei negozi.
Due cavi
Di interesse forse limitato in Digitalia i cavi coassiali, visto che riguardano solo chi sceglie un sistema che permette
di inviare alle uscite digitali standard l’alta risoluzione (DVDUpgrades, 3d Labs, il kit da autocostruire per portare fuori i dati PCM che entrno nel DAC nei lettori su base Mediatek come i Pioneer 575 e 585 che si trova su Internet).
Però possono, ad esempio, servire se si vuole aggiungere un DAC per i CD alla
propria sorgente SACD/DVD-Audio.
Il mio riferimento come cavo digitale è, ormai da oltre un
anno, il White Gold Sublimis.
E’ un cavo molto “integrante”, con una tendenza a farsi dimenticare e a
restituire una scena e un’immagine sonora naturali e coordinate, con una
fluidità e un’assenza di grana che trovo, ormai, irrinunciabili (probabilmente
fino a quando non mi verrà inviato da quella sorta di diavoletto tentatore del
costruttore il nuovo Infinito…). Il mio cavo digitale “di base” resta, da anni,
l’Apogee, un oggetto acquistabile per meno di cento
euro e utilizzato negli studi di registrazione, che risponde abbastanza
strettamente ai requisiti tecnici dell’interfaccia digitale S/PDIF: 75 ohm,
connettori ad impedenza controllata, lavorazione a regola d’arte, isolamento
sufficiente da non irradiare interferenze.
In questi ultimi mesi ho ricevuto in prova la nuova versione
del cavo digitale Shat (la VI) e il cavo coassiale
Boomerang. Sono due cavi di costo e costruzione abbastanza diversi; lo Shat è un lavoro certosino di cablaggio e isolamento in teflon
stratificato e costa più di 600 Euro; il Boomerang sfrutta i conduttori CAT-5
comuni a tutta la linea del costruttore pordenonese in una configurazione, tuttavia, non banale – posso rendermi conto di una twistatura molto precisa, altri dettagli di costruzione non
mi sono noti – e, grazie al nuovo sistema di vendita di Boomerang, viene
proposto a centoventi Euro (da notare che anche Shat vende direttamente, la complessità della costruzione del cavo torinese è tale
per cui penso sia possibile tenere un prezzo simile solo attraverso questo
modello di commercializzazione).
Quello dei cavi digitali è un argomento piuttosto
controverso; c’è chi sostiene, su basi tecniche, che non è semplicemente
possibile che un cavo coassiale a 75 ohm suoni diversamente da un altro cavo
coassiale a 75 ohm in questo utilizzo. Pur apprezzando l’argomento tecnico,
devo dire che la mia esperienza non collima con quanto sta scritto nei libri di
testo. L’Apogee, per dire, pur essendo, come dicevo
sopra, tecnicamente corretto, ha un suono abbastanza diverso e meno piacevole –
credo meno corretto – di quello proposto dal riferimento “alto” White Gold: è più crudo, tende a restituire il dettaglio in
modo meno garbato, propone una timbrica più, ahem,
digitale e descrive una scena meno vasta. Perché? Che ne so, in questo caso mi
limito, laicamente, a dirvi quel che sento.
Ora devo dirvi cosa sento con Shat e Boomerang. Ecco, qui viene il difficile, ora scriverò un’altra cosa che manderè forse ancor più in bestia gli oggettivisti. Una
prova a “switch rapidi” di cavi digitali è parecchio
rischiosa, perché non conosco oggetti che risentano di più del rodaggio e del “settling time” (mai notato che, in un impianto trasparente
– direi critico –, passa comunque un certo tempo prima che suoni al suo meglio
se si spostano componenti e cavi?). In particolare, non credo che nessuno dei
due cavi qui esaminati sia ancora “cotto a puntino”, per cui mi riservo
ulteriori note e modifiche a quanto vi sto descrivendo.
Però qualcosa vi posso dire. I due cavi hanno tratti comuni,
confrontati al White Gold, e tratti che li
distinguono fra loro. Tutt’e due tendono a restituire
una scena più larga rispetto al riferimento e tendono a integrare meno il
dettaglio e gli esecutori fra loro. E queste potrebbero, quindi, essere
caratteristiche del White Gold, sue peculiarità.
I tratti essenziali dello Shat sono una grande vividezza, un eccellente respiro e
una dinamica di assoluto rilievo. Il dettaglio riproposto è intagliato, nitido,
quasi spiccato; la scena ampia nel senso della larghezza e, forse, ancora un
po’ inferiore a quella del White Gold nel senso della
profondità. E’ comunque molto alta ed estremamente definita. C’è un bel senso
di ordine nella riproduzione, di esecutori che stanno dove dovrebbero stare. I
decadimenti sono lunghi e precisi. Dove rimane un po’ indietro rispetto al
riferimento alto è nella corposità degli esecutori, più percettibili come
“peso” e materia nel caso del White gold, un po’ meno
tridimensionali con lo Shat. La grana è un po’ più
percettibile, le sibilanti in leve maggior evidenza. Credo che lo Shat possa essere un cavo che presenta meno jitter, in
assoluto, rispetto al White Gold, comunque;
probabilmente diventerà più integrante con l’uso.
Il Boomerang è ancora meno rodato rispetto allo Shat. E’ però, fin da subito, nettamente superiore al
riferimento basso, che è quello a lui più vicino per prezzo. Si avvicina, anzi,
per impostazione proprio al riferimento alto: è raffinato e, facendo i conti
con quanto scrivevo sopra circa rodaggio e tempo di acclimatazione, decisamente
integrante. Certo, è un po’ indietro rispetto al White Gold come colore strumentale e sviluppo armonico, ma restituisce comunque un
suono pastoso e piacevole. Anche lui evidenzia un pochino le sibilanti,
rispetto al cavo top, e anche lui restituisce una scena meno profonda,
presentando maggiore grana. E’ comunque una sicura rivelazione, tenendo
presente il suo prezzo assolutamente concorrenziale.
Altro in arrivo su questi cavi…
Un DAC
Come promesso un paio di numeri fa, continuo a parlarvi
dell’Altmann Attraction.
Il piccolo DAC tedesco è un concentrato di teorie eretiche,
sulle quali mi dilungherò nel prossimo numero, mettendolo a confronto anche con
un paio di DAC taiwanesi che mi sono stati promessi e
che, come lui, non sovracampionano. Per stavolta, vi
parlo del suo suono.
Peraltro, parlare di un DAC non oversampling mi pone dei problemi. Sto, come direbbero gli anglosassoni, predicando al coro dei non numerosissimi – ma dotati di
stentorea voce – fans di questo minoritario eretico
approccio o sto parlando a chi non sa ancora di cosa diavolo si tratta? Devo
convertire – o condannare come eretico – qualcuno o posso considerare
l’escissione del filtro digitale uno fra i tanti, diversi approcci alla
riproduzione digitale? Chissà. Certo, secondo me un approccio più ragionato
all’intera faccenda sarebbe possibile – qui lo dico e qui lo nego: lo zero oversampling per il CD è una semplice utopia, troppi sono i
problemi tecnici che pone, ma per l’alta risoluzione, per le frequenze di
campionamento almeno 2fs, da 88.2 in su, il discorso tiene – ma mi riservo la
trattazione per un’altra volta. La prossima, magari.
Rompendo la tradizione di Digitalia,
e confermando l’attimo di pearsoniana vanità (non nel
senso della vanità di Pearson, che quand’anche fosse
sarebbe giustificata da trent’anni di militanza e dal
prestigio acquisito, ma nel senso della mia vanità a fare il Pearson in sedicesimo) di questa serie di reports in progress, stavolta comincio col
suono dell’Attraction col CD.
La mia prima esperienza con lo zero oversampling è arrivata qualche anno fa, quando se ne cominciava a parlare, con un DAC con
il TDA1541A connesso alla I2S di una CDPRO. Parecchio lontano dai miei gusti,
il suono del DAC, costruito in modo semplice, ma con tutti i crismi del
minimalismo di bon ton, faticava a tenermi sveglio. Sarà pure stato rilassato e
naturale, ma mancava interamente di quella tensione e di quel senso di
circostanza che fa la musica, che è la musica viva.
Ecco, l’Attraction è diverso.
Saranno le eresie del suo costruttore, sarà il fatto che è meno masochisticamente purista di certi progetti che si vedono
in giro – un giorno mi tolgo due sassolini dalle scarpe anche sulla prassi di
tagliare le piste e by-passare il filtro sui vecchi lettori su base Philips 16 bit –
ma questo DAC non mi provoca alcun torpore.
Forse, però, vi dovrei parlare delle principali fra le
eresie del costruttore. Cominciamo da quelle visibili solo dando un’occhiata al
DAC. Non c’è, qui, cabinet di per sé. La scheda è incollata ad un’assicella di
abete rosso laccata probabilmente con quella soluzione di sostanze naturali che
tanto poco era piaciuta a Bollorino quando l’aveva
spalmata sui suoi chip. Infatti, per i primi giorni dopo la consegna,
l’assicella è appiccicaticcia piuttosto (poi il legno finisce di assorbirla e
l’essicazione si completa). Le motivazioni di Charles Altmann sono piuttosto
razionali, invero: non si possono, semplicemente, eliminare le vibrazioni, non
del tutto. E allora tanto vale tenersele, ma è furbo cercare che almeno siano
consonanti con la musica. Utilizzando abete rosso (il legno con cui si fanno
gli strumenti ad arco) e lacche naturali (quelle che si usano, ad esempio,
sulle chitarre), si dovrebbe poter ottenere un tipo di vibrazione controllata e
gradevole, come quella degli strumenti musicali.
L’altra eresia evidente è che il DAC non ha, di per sé,
alimentazione a bordo. Né ha alimentazione esterna: è fatto per essere
alimentato da una batteria, che fornisce l’utente, idealmente una batteria da
automobile. Il nome della serie dei componenti Altmann Mother-Of-Tone è BYOB (Bring Your Own Battery, portate la vostra batteria), come vi dicevo già
l’altra volta che ve ne ho accennato.
Le cose che non si vedono sono ancora più interessanti, tecnicamente.
Per l’eliminazione del sovracampionatore, Altmann ha alcune interessanti spiegazioni classiche, per
le quali vi rimando alle sue pagine. In larga approssimazione, una volta
passato attraverso un sovracampionatore il segnale
presenta pre-ringing e post-ringing che si vedono sull’onda quadra o sulla risposta all’impulso e che diventano
inestricabili dal segnale, cioè oscillazioni dopo un picco – normali, naturali
– e prima di un picco – anormali, innaturali, tipiche dei sistemi digitali. Un
filtro a roll-off lento, come quelli presenti nei DAC
e nei sovracampionatori Burr Brown e NPC recenti, permette di limitare, ma non di
risolvere il problema (in realtà, devo dire che con filtrature ancora più sofisticate, come l’Alpha Processing di Denon, il pre-ringing viene
praticamente eliminato; il post-ringing, dicevo
sopra, è un problema molto minore). Eliminando il filtro digitale e utilizzando
filtri analogici blandi, il problema si risolve. Non cominciate nemmeno a
parlare ad Altmann di upsampling:
potrebbe mangiarvi. Ha, qui, una spiegazione in larga misura condivisibile per
la sua avversione: una volta passato attraverso un convertitore asincrono di sample rate, il segnale diventa un tutt’uno
inestricabile con il jitter non reiettato dal sistema
di sincronizzazione che lo precede. Non c’è, a quel punto, più santo che tenga;
nessun sistema di riduzione del jitter può più capire cosa è segnale e cosa è
jitter, di quel che entra, e non sarà più possibile farci nulla. La soluzione a
molti dei problemi del digitale PCM, ci dice Altmann,
è comunque quella di aumentare la frequenza d campionamento. Sulle motivazioni,
vi dirò di più la prossima volta, quando parlerò di questo DAC in alta
risoluzione – o meglio, in alta frequenza di campionamento.
Il resto delle teorie assume carattere eretico in relazione
a quell’eresia che si chiama zero oversampling.
Pare, infatti, che la tribù dei cestinatori del
filtro digitale sia convinta che il jitter, con lo zero oversampling,
non sia un problema, probabilmente trascinata dalle teorie – ahimé, in questo
caso, alquanto discutibili – di qualche guru giapponese. In realtà il jitter è
un problema tanto quanto con il filtro, dato che il rapporto da tenere d’occhio
è quello con la frequenza base, non con la frequenza sovracampionata – anzi, il sovracampionamento qualcosa risolve,
allargando il segnale e mantenendo il jitter costante lo si diminuisce in
rapporto alla parte significativa del segnale, non lo si aumenta… E le misure
di Altmann per minimizzare il jitter hanno qualcosa di
eroico. C’è, prima di tutto, il suo JISCO, un antijitter che funziona decorrelando il jitter rispetto al segnale, rendendolo
rumore casuale, e che fa uso di un clock che non è in rapporto con la frequenza
di campionamento del segnale in ingresso. Poi ci sono, invece, due clock
distinti, in rapporto con la frequenza di campionamento, a realizzare quella
che Altmann chiama UPCI, Ultra Precise Clock Injection, assieme ad un DIR (Digital Input Receiver) proprietario. I quarzi sembrerebbero
di ottima qualità; l’utente, comunque, ci deve mettere del suo spostando degli
interruttori in base alla frequenza in ingresso. La scheda, nella versione
full-optional, prevede infatti quattro diversi switch a levetta, uno per l’accensione, uno per l’inserimento del JISCO, uno per
scegliere la frequenza di base (44.1 o 48) e uno per scegliere il fattore di
moltiplicazione (1, 2 o 4, andando a coprire tutte le frequenze di
campionamento tipiche da 44.1 a 192 kHz).
L’ultima eresia rispetto all’eresia è che il DAC Altmann comunque prevede un blando filtro all’uscita, un
filtro analogico voglio dire (magari così riesce a fare di una sinusoide una
sinusoide e non una quadra, chi ha visto le esoteriche misure di un esoterico
DAC minimalista giapponese sa di cosa parlo), fatto a op-amp. Altmann, evidentemente, è un laico, non ha feticci,
non ha mistiche, almeno nell’alta fedeltà. Ah, il DAC esce a un volume
piuttosto robusto.
Il suono non è di quelli che si possano giudicare in un
confronto a switch rapidi (e amen anche per questo,
come per i cavi). In tali condizioni, l’Altmann rivela una certa carenza di dettaglio, una scena piuttosto “corta” e una
tendenza a suonare un po’, come dire, carente in quel tipo di respiro che
secondo Altmann è dato dalle aberrazioni delle
onnipresenti conversioni delta-sigma e dal falso spazio generato dal jitter,
secondo me dalla risoluzione (ma vorrei provare un sistema multibit recente almeno con roll-off lento, se non senza sovracampionatore – signori, si può fare e non è detto che…
– con DAC a 20 o 24 bit, prima di esserne certo). Sicuramente, tuttavia, il
bilanciamento tonale è corretto, piuttosto robusto e apparentemente un po’ scuro,
come appena attenuato sulle estreme alte, con un bel basso e una davvero
eccellente capacità di tracciare i transienti. Il colore strumentale è ottimo,
forse ai migliori livelli sentiti dal digitale a bassa risoluzione e forse
superiore a quello del mio dCS. La dinamica non è da
zero oversampling – c’è un eccellente respiro – e c’è
un senso di silenzio fra le note quasi perfetto, nelle limitazioni del 16 bit a
44100 Hz. E questo è in qualche misura sorprendente,
visto che il DAC utilizzato non dovrebbe essere proprio allo stato dell’arte (è
un DAC a otto pin alimentato a cinque o sei volt: ipotizzo un Philips 1543 o un 1545).
Ma è nel corso di ascolti lunghi che lo strano accrocchio di Altmann sembra
convincere di più; c’è un’intrinseca sensazione di cose-fatte-bene (saranno le vibrazioni “accordate”? Mah…) che rilassa l’ascoltatore, che fa
venire voglia di continuare ad ascoltare, che rende difficile spegnere la sera
per andare a dormire. Il dettaglio che c’è, che è comunque di tutto rilievo e
in linea con quello che riescono a riproporre lettori integrati nella fascia
dei due/tremila euro, salvo miracoli, è piacevolmente integrato con la musica,
non è illuminato spot. E c’è un lieve, lievissimo colore dominante di tipo
ligneo (di nuovo quelle vibrazioni accordate? Non sarà che il costruttore sa il
fatto suo e l’ha saputo trovare anche nell’elettronica?), che suona con la musica,
che la completa e la rende raffinata. C’è anche una velocità corretta, non da
primatista del mondo ma da podista di classe, che fa sì che l’ascoltatore si
senta come a casa mentre ascolta.
Con l’alta risoluzione le cose si complicano un po’, ma per sapere
come suona con quella dovrete aspettare il prossimo numero della rubrica. O
magari no, dipende da quanto tempo avrò a disposizione (e già questo numero ha
battuto ogni record, di lunghezza e di ritardo). Tenete d’occhio questa pagina. |
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