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NUMERO 15



"Back to the eighties"?

time machine

Se dovessi, così, di primo acchitto, dividere gli anni ’80 nelle cose che mi sono piaciute e quelle che non mi sono piaciute, tenderei, con eccesso ideologico, a far prevalere massicciamente le seconde sulle prime. Ma sappiamo bene che la distanza, l’aura sfumata e spesso un po’ sfocata del ricordo, la nostra naturale propensione alla nostalgia, tendono a produrre o almeno a proporre, abbellimenti a qualsiasi momento della nostra vita, persino ai più cupi e sofferti. E io, d’altra parte, non posso certo affermare che gli anni ’80 facciano parte dei periodi più cupi o sofferti della mia vita. Ancor oggi ne posso estrarre e leggere con discreta precisione gli aspetti deteriori, il cinismo di certi atteggiamenti, l’arrivismo di una moltitudine di persone, un certo cattivo gusto imperante generato da una sfrenata corsa al "bello", purtroppo quasi sempre identificato con un lusso piuttosto pacchiano e ostentato. E’ vero anche che uscivamo dal clima pesantissimo degli anni di piombo, da una strutturazione ideologica, più che ideale, della politica che scarso spazio lasciava (nonostante tanti proclami) alla fantasia. A un afflato "monastico", almeno per chi proveniva dalla mia area di appartenenza politica ideale, che mal si conciliava con quella spinta alla ricerca, non dico della felicità, ma almeno di una minima condizione di letizia, che pure avrebbe dovuto rappresentare la base essenziale e irrinunciabile di quella, peraltro ardua e malvista, scelta.

Io comunque facevo parte di quella schiera di persone che gli anni ’80, con le loro immense contraddizioni, non li viveva molto bene. D’altra parte non m’avevano avvisato che sarebbero arrivati gli anni ’90 e poi questo catastrofico inizio di millennio. Oggi penso che, quantomeno, abbia perso qualche occasione per divertirmi. Penso che, alla luce di una maggior saggezza, e pur essendo se possibile ancora più intransigente di quanto non fossi, osserverei con minor disprezzo le lussuose stanze d’albergo in cui soggiornavo quando m’invitavano a una presentazione o a una conferenza, apprezzerei assai di più i ristoranti che non erano e non sarebbero mai stati alla mia portata, e in cui magnanimamente si veniva invitati in quella follia fatta di soldi del "Monopoli" dove il mercato italiano era il primo al mondo ( avendo superato persino gli Stati Uniti e il Giappone) in quanto a vendita e diffusione di oggetti per alta fedeltà "estrema". Dunque mi mancano gli anni ’80? Ogni tanto si, ma solo ogni tanto. Mi mancano indubbiamente le possibilità offerte da una situazione di mercato praticamente irripetibile, mi manca quella tranquillità economica, che allora, giovinastro intemperante, stolidamente non apprezzavo. Mi manca il fatto, ovviamente, che avevo vent’anni di meno e qualche tragedia ancora non apparsa all’orizzonte della mia vita.

Ma quel che più m’allarma. è che comincia a mancarmi quel modo di pensare il nostro argomento principe, la riproduzione del suono, e persino di esternarlo. Cominciano a mancarmi i sofismi, gli entusiasmi, la cattiva letteratura presa a prestito, la verbosità delle descrizioni e pure una certa impostazione sonora e filosofica degli avvenimenti. Questo nonostante abbia, nel corso del tempo, avuto modo di criticare abbondantemente una determinata linea di pensiero che, magari, m’è capitato talvolta di anticipare o d’intuire ma a cui non ho mai pienamente aderito, e che pure mi ha procurato una miriade di "figli malnati" che come tante volte ho detto, usano le mie parole, la mia terminologia, persino i miei ( alcuni dei quali abbondantemente rinnegati) neologismi, ma li usano a casaccio.

La rivoluzione di Internet le cui proporzioni, in quegli anni ’80, non avremmo nemmeno potuto intuire — almeno non io, almeno non per il mio percorso formativo- ha portato con sé tante cose positive: fermandoci ancora una volta al nostro settore di precipuo interesse, una certa democratizzazione dell’approccio all’alta fedeltà ( e poi al video, anche se qui la strada verso la "liberalità" del pensiero è ancora lunga da percorrere), con un conseguente abbattimento di costi per l’utente, che non intende affidarsi per forza di cose all’assodato e al più eclatantemente recensito, una maggiore area di scelta, grazie alla fine degli atteggiamenti discriminatori verso quegli apparecchi, quelle tendenze sonore che non corrispondevano ai "modelli" considerati imprescindibili.
money Un nuovo costume favorito, con atteggiamento estremamente meritorio, dalle più serie tra le riviste on-line capace di far divenire protagonista un’ utenza meno esclusiva e facoltosa di quella che per forza di cose la "vague" degli anni ’80 tendeva a privilegiare. Ma si sa, Internet è un universo, ormai nemmeno più parallelo, dove accanto a forme di vita evolute, galleggiano organismi ancora non specializzati, mostri da abissi marini, ciarlatani da Hide Park Corner e ladri con destrezza, se possibile ancor più difficilmente contenibili di quanto non avvenisse in uno stretto regime bi-univoco carta stampata-lettore. Ma soprattutto vagola un pressappochismo disarmante contro cui si è, per l’appunto, praticamente disarmati, e che si tende a lasciar passare per non infilarsi in epici scontri a suon d’insulti con il signor nessuno di turno che ha conquistato il suo podietto da comizio, improvvisato o organizzato, e che in assenza di alcun controllo, che non sia quello di un pubblico spesso disorientato per eccesso e discordanza d’informazioni, s’erge a vate e spara cazzate a raffica, mi si perdoni l’efficace ineleganza. Insomma c’è, da parte di tutti noi, un atteggiamento un po’ codardo, un po’ prudente, e un po’ giustificatorio, che impedisce un corretto svolgersi del dibattito, lasciando, tutto sommato, che gli utenti s’impicchino da soli pur di non prendere una posizione scomoda.

Il discorso che ha affascinato (giustamente) migliaia di appassionati, il discorso sull’alta fedeltà a bassissimo costo (sacrosanto se ciò fosse davvero possibile), sui tweaking, sul vintage ( di cui sono "attore" e "incitatore") sta rischiando di riportare tutto il panorama di innovazione e conquiste sanguinosamente battagliate, ad una piattezza generale che fa sì che si arrivi ad ammettere alla categoria estetica del "buono" anche ciò che buono non è affatto, ma è solo apparente, o minimamente soddisfacente.

classe D

Affrontiamo in questo fascicolo la prima puntata di un discorso che sarà, per forza di cose lungo, sulla Classe D ( o T o N o come diavolo la si voglia rinominare), classe di funzionamento accompagnata da dispositivi di trattamento del segnale più o meno nuovi, che sta generando grandi entusiasmi e aspettative spesso in eccesso rispetto alle reali possibilità, perlomeno allo stato dell’arte, della tecnologia.
Cerchiamo, come al solito, di compiere tale inizio d’analisi con ragionevolezza e illuminazione - sperando ovviamente di riuscirvi- e senza porre steccati ideologici: ma l’affrontiamo anche con la consapevolezza che l’argomento di nostro interesse, che non è la semplice riproduzione più o meno piacevole del "rumore bene organizzato", ma l’Alta Fedeltà con le maiuscole, la grande Alta Fedeltà, indipendentemente dal costo ( che ragionevolmente, però, lo devo proprio dire, non può scendere sotto una certa soglia, ma non perché ci faccia piacere che gli appassionati spendano soldi, bensì perché materie prime e mano d’opera hanno un costo ineluttabile) e che dunque, volenti o nolenti, non possiamo proprio accontentarci di cose che suonano bene "in superficie" ovvero che appaiono suonar bene solo perché per estrema, o estremistica, semplicità circuitale, o per limitazioni imposte o perché costano talmente poco che si è disposti a perdonare mancanze anche gravi.
Oggetti che, appunto, "sembrano" suonar bene, perché vogliamo convincerci che suonino bene. Dimenticando d’un fiato i progressi faticosamente raggiunti.

money

Credo, ed ecco il perché di tanti giri di parole sugli anni ’80, che anche la terminologia, la raffinatezza descrittiva, la capacità d’introspezione e di divulgazione di chi conduce tali prove, la sua esperienza, la sua professionalità, torneranno, dovranno tornare, ad essere indispensabili, acciocché tale appiattimento possa essere evitato. Un appiattimento che sarebbe unicamente a nostro discapito, perché ai grandi gruppi industriali poco importa di dover condurre costose ricerche per un mercato che per essi rappresentano un’ infima nicchia, che ha significatività solo se possiede tale autorevolezza e rappresentatività da costituire una minaccia per i campi di loro maggiore interesse e profitto. Siamo stati noi, noi come utenti, supportati da una pubblicistica per mille e mille versi criticabile, ma dotata di una sua generale attendibilità, a costringerli ad impegnarsi in questa ricerca, a costringerli ad offrirci prodotti migliori anche in quei segmenti in cui dette "majors" andavano tranquillamente all’ammasso. Ai grandi gruppi l’oggetto a bassissimo costo industriale a bassissimo prezzo di vendita va benissimo - se non comprendiamo questo non comprendiamo l’essere stesso della nostra passione e delle nostre piccole battaglie- perché fanno grandi volumi e grandi profitti ( è più facile guadagnare un milione di dollari da un milione di oggetti che costano pochi dollari e ne fanno guadagnare uno per pezzo venduto, che non da mille pezzi che impegnano mano d’opera specializzata, controlli di qualità e che magari fruttano mille dollari a pezzo, ma non è detto, anzi, che se ne riescano a vender mille) secondo la logica della globalizzazione selvaggia.

Dunque torniamo agli anni ’80? Non possediamo la macchina del tempo, e se pure l’avessimo, credo che cercheremmo di usarla per scopi più fondamentali. Però possiamo cercare di recuperare lo spirito migliore di quegli anni e di quelli che li hanno preceduti.

time machine

Lo so. È una battaglia impopolare, ma che intendiamo condurre senza temere le critiche e gli attacchi che, inevitabilmente, verranno. è una battaglia di realismo, assai più ardua che non far credere alla gente che si può essere felici mangiando pane e cipolle in un tugurio. Ma è l’unica battaglia possibile se intendiamo conservare della nostra passione i caratteri migliori, quelli che abbiamo ottenuto a furia di buttar soldi e caricarci sulle spalle quintali di apparecchi, Sbagliando e riprovando, arrabbiandoci e beandoci. Facendo sorridere gli integralisti dello scientismo come quelli della fantasia al potere. Una battaglia alla quale vi invitiamo a partecipare. Sempre che non vogliamo cominciare a delineare un futuro, che qualcuno ha già abbondantemente delineato per noi, di musica ad alto fattore di compressione, altoparlanti "gonfia e suona", contenitori di plastica ad altissima morbilità, e infine, suoni vuoti e sgradevoli, imbellettati per far credere che democrazia sia massività e informità. Anzi, uniformità.

NOTA EDITORIALE

Come già annunciato dal nostro capo-redattore Sergio Vitangeli nel Forum “Posta –Express”, se vi abbiamo fatto attendere così a lungo questo numero - che mi son permesso di definire storico, perché storico è davvero nella vicenda ormai abbastanza lunga delle riviste online - ci sono, come si suol dire “le sue buone ragioni”.
Non solamente per la ricchezza e la ponderosità dei suoi contenuti, per l’autorevolezza degli interventi, per la varietà di prove e rubriche, ma anche e soprattutto perché da oggi videohifi.com ha un nuovo progetto, ben esplicitato dal nuovo aspetto grafico (che siamo sicuri vi risulterà gradito). Un nuovo progetto enunciato nell’editoriale e condotto grazie all’aiuto di nuovi e validissimi collaboratori, primo fra tutti il Prof. Francesco Bollorino, che non contento di esercitare con riconosciuta capacità la professione di psichiatra, ha deciso di associarsi a codesta gabbia di matti come collaboratore audio e come editor HTML.
Nella nostra peculiare bizzarria, vi stiamo offrendo uno sforzo spaventosamente più grande di quello che già stavamo compiendo per offrirvi una rivista indipendente e gratuita. So che molti nostri colleghi istituzionali e non si chiedono, e spesso indiscretamente ci chiedono “ ma chi ve lo fa fare, cosa c’è sotto” ? Sotto, c’è...”un progetto”, un progetto che continuerà a non impoverire le vostre tasche e a non far torto alle vostre intelligenze, e che man mano, state tranquilli, vi espliciteremo.


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