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INDICE
NUMERO 15



Del redivivo e delle etichette delle orchestre

 

1. Il redivivo

 

Non so se il DualDisc sarà il successo che molti, almeno nell’industria discografica, sperano. Prima di tutto non ho la sfera di cristallo (al massimo ne ho una di vetraccio offuscato) e poi ho già avuto modo di esprimere un certo disappunto per le caratteristiche del medium, che, alla già precaria chiarezza sui reali contenuti del DVD-Audio, aggiungono un’aleatorietà sulla capacità di ciascun singolo lettore di suonare anche il lato CD.

Sulle motivazioni di questa seconda incognita si è letta più di qualche imprecisione (un po’ come parecchie imprecisioni circolano sul set-up del multicanale per il SACD; da parte mia non posso che rimandarvi, per quanto riguarda quest’ultimo problema, a quanto già scritto su queste pagine: il SACD, come il DVD-Audio, può contenere, nella traccia multicanale, sei canali separati, discreti e full-range; la raccomandazione principale, per ambedue i formati ad alta risoluzione, è quella ITU, cinque canali uguali e full-range più un sub). Qualcuno ha — più o meno autorevolmente — sostenuto che il problema del lato Cd compatibile del DualDisc è una non meglio specificata forma di protezione anticopia. Beh, non è vero.

Cominciamo a dire cos’è il DualDisc. Si tratta di un disco a doppia faccia, con una faccia in standard DVD e una faccia che dovrebbe essere letta da un normale lettore CD. Il tutto in uno spessore che deve, per motivi di compatibilità, essere pari a quello del CD: fra gli apparecchi che devono poter leggere il lato CD dei DualDisc, per motivi eminentemente commerciali, ci sono i lettori da auto. Questi sono quasi tutti di tipo slot-in (il CD viene infilato in uno slot poco più largo di un CD) e uno spessore superiore a quello standard potrebbe portare all’impossibilità di inserire il CD nell’apparecchio o al danneggiamento del disco stesso.

Il motivo per cui i DualDisc possono non essere letti da alcuni (qualcuno dice molti) lettori, car o da casa, è lo stesso per cui la durata dei dischi è limitata a circa 60 minuti contro i 74/79 del CD standard, ed è un motivo fisico, ottico. Lo strato di alluminio CD-compatibile del DualDisc si trova, infatti (e semplificando molto), a una minore profondità sotto la protezione di policarbonato rispetto alla posizione dello strato di alluminio in un CD normale. Questo implica che la focalizzazione del pick-up di lettura, per un DualDisc, deve avvenire in modo diverso rispetto al normale CD. Per rendere leggibile un DualDisc a un lettore CD è, quindi, necessario che i pit (gli avallamenti che dicono uno o zero al sistema di decodifica) abbiano dimensione diversa, più grande. Da cui una difficoltà di decodifica da parte delle meccaniche dei lettori CD e una durata inferiore (ce ne stanno meno).

Credo che questo della difficoltà di lettura sia un possibile motivo di insuccesso per il formato, che sia vero o meno che i CD player non ce la facciano (non ho ancora nessun DualDisc in casa, ma voci dagli USA parlano di problemi su un numero preoccupante di lettori). Ai negozianti non piace che vengano restituiti dei dischi perché illeggibili; ai consumatori non piace leggere sulle etichette "Questo disco potrebbe non essere riprodotto da alcuni lettori".

Il lato DVD può, invece, essere letto comunque da qualsiasi lettore compatibile con il programma contenuto (se si usa un lettore DVD-Video sarà letta solo l’eventuale parte video compatibile, se si usa un lettore DVD-Audio si leggerà tutto il contenuto del disco)

Ma il DualDisc avrà comunque un merito, quello di aver fatto ripartire la produzione di master di produzione PCM ad alta risoluzione (o a risoluzione più o meno alta, insisto fieramente sul fatto che, al prezzo a cui vengono venduti i dischi ad alta risoluzione, abbiamo diritto a qualcosa di meglio di un 48 kHz come frequenza di campionamento). E che se ne fanno le case discografiche, che potrebbero diventare — che stanno già cominciando ad essere — caute sul DualDisc di quei master ad alta risoluzione? O usano uno dei tool Philips per trasformarli direttamente in SACD, perdendo però l’argomento commerciale delle immagini e dei video, o fanno un DoubleDisc.

Questo non è che una confezione con due dischi dentro: un CD (così ce lo si legge dove si vuole) e un DVD-Audio o un DVD-Video (i DualDisc Sony non contengono programma DVD-Audio). Fine dei problemi di compatibilità, fine del doppio catalogo e del doppio magazzino per i negozi. Lasciamo perdere il fatto che le società tipo SIAE vorranno due volte i diritti d’autore, una per disco, e che quindi difficilmente questi box costeranno come un singolo CD, a prescindere dai costi di produzione.

Sono già in giro, in questo nuovo standard (si fa per dire), le riedizioni del catalogo Warner dei REM, il nuovo disco di Beck (a un prezzo folgorante), il nuovo disco di Springsteen e altri.

Non saranno una novità sensazionale, ma ci garantiscono, almeno quando il disco ad alta densità è un DVD-Audio, qualcosa di meglio del CD e i nostri lettori CD potranno leggere l’altro disco senza difficoltà.

Quindi non diamo per morto il DVD-Audio.

(Né, peraltro, è il caso di dare per morto il SACD: pare che all’ultimo CES questo fosse lo sport preferito; pare che tutte le voci originino da un produttore molto interessato al successo del DVD-Audio: non avrebbe, costui, trovato altra maniera di promuovere il suo formato preferito che quella di spargere FUD — Fear, Uncertainty and Doubt — sul formato "nemico". Nemico di chi?)

 

2. Orchestre e direttori

 

Il mondo discografico è in crisi, soprattutto quello della musica classica. Non circola più la quantità di denaro che c’era nel momento del boom del CD, la sbornia del contratto discografico per tutti e dei cachet che non avevano poi molto a che fare con le effettive possibilità di vendita dei dischi è finita.

Moltissime orchestre e moltissimi direttori che avevano contratti di esclusiva con qualcuna delle cinque grandi etichette (BMG, Sony, Warner, EMI, Polygram/Universal) hanno perso quei contratti. Se anche ne hanno ancora degli scampoli, non possono più incidere ciò che vogliono, quando vogliono. Nessuno — o quasi — può più svegliarsi una mattina e decidere che la grande sorella con la quale è sotto contratto deve pubblicargli la sua terza integrale delle sinfonie di Beethoven o il suo quarto Petrushka. O la sua integrale delle cantate di Bach, anche se magari l’etichetta gli ha già promesso che l’avrebbe fatto (vedi il caso Gardiner-Archiv-Bach Cantatas Pilgrimage: Gardiner ha fondato la sua etichetta per poter mettere su disco tutte le registrazioni effettuate nel 2000, in giro per l’Europa, dell’integrale delle cantate bachiane e ha interrotto i suoi rapporti col gruppo Universal).

Così orchestre come la Royal Concertgebouw di Amsterdam, la London Symphony Orchestra, la Royal Philharmoonic Orchestra, la London Philhamonic, la San Francisco Symphony, la Staatskapelle di Dresda, la Muenchner Symphoniker sono rimaste senza contratto; e senza contratto sono rimasti direttori del livello di Sir Colin Davis, Bernard Haitink, Mariss Jansons, Michael Tilson Thomas.

La soluzione, in questo mercato precarizzato, è quella di fondarsi la propria etichetta discografica. Dato che Internet ha cambiato i metodi di vendita e quelli di circolazione dell’informazione, dato che comunque c’è un nome dietro (il Concertgebouw resta una delle più grandi orchestre del mondo, contratto discografico o meno), si torna a poter decidere cosa registrare e quando pubblicarlo. Basta dotarsi degli strumenti per registrare e produrre i dischi, o affittare i servigi di qualcuno (anche gli studi sono un po’, come dire, più liberi da impegni con le major).

Ma la cosa interessante è che molte delle orchestre scelgono di pubblicare le proprie registrazioni in SACD, forse perché tengono alla qualità, forse perché pensano che il maggior costo di produzione e di stampa dei dischi sia giustificato dalla maggior possibilità che dà loro questa differenza rispetto alle pubblicazioni precedenti delle major (e perché possono assorbire i maggiori costi grazie al passaggio in meno nella catena: non c’è più l’etichetta discografica…)

Pioniera in questo senso è stata, forse, la Royal Philharmonic, che aveva una propria serie di registrazioni già alla metà degli anni ’90, pubblicata in CD economici.

Ora, da pochi mesi, la RPO ha iniziato a ripubblicare parte di quelle registrazioni in SACD ibrido multicanale. Pare, infatti, che la catena di registrazione dell’epoca fosse stata prestata da Sony e che si trattasse di un qualche dispositivo sperimentale multibit — si dice 32 — e multitraccia.

Ho comprato un paio di questi SACD, da non molto tempo. Sono un disco Bernstein (Ouverture del Candide, Danze Sinfoniche da West Side Story, Tre Episodi di Danza da On The Town e la Suite Orchestrale da On The Waterfront) diretto da Carl Davis e un disco Gershwin-Ravel-Debussy diretto da Barry Wordsworth. Almeno per questo primo limitato campione, mi pare che non ci sia da gridare al miracolo. Una prima curiosa osservazione: le pause fra i brani sono scandalosamente brevi, sembra tutto un eterno "Attacca:". Le registrazioni non sono certo allo stato dell’arte; in particolare, il Bolero di Wordsworth è curiosamente compresso dal punto di vista dinamico e mi pare che gli archi mordano un po’ troppo, sicuramente più di quanto siamo abituati a sentire dal SACD (questo disco è registrato nel 1993, l’altro nel 1996). Le interpretazioni mi sembrano più di servizio e di routine che altro. Vedrò di ampliare la mia selezione di questi dischi (per fortuna il prezzo è decisamente accessibile intorno ai 10 Euro nei negozi e un po’ sotto in rete). Credo che possano essere comunque considerati buoni dischi di attesa in SACD, il repertorio è ampio e comprende molti cavalli di battaglia (Carmina Burana, Sinfonia Fantastica, è annunciata anche un’integrale Beethoven).

Molto meglio va con i dischi della London Symphony. Già da tempo questa orchestra sta alimentando un catalogo piuttosto ricco di CD; da alcuni mesi ha cominciato a pubblicare SACD da master ad alta risoluzione (spesso DSD). Di questa etichetta ho a casa la Terza e la Quarta Sinfonia di Brahms dirette da Haitink e la Quinta di Shostakovich diretta da Rostropovich.

Le registrazioni non sono affatto male, anche se — in stereo — hanno una certa tendenza alla secchezza che, se aumenta la leggibilità, diminuisce la sensazione di stare in sala da concerto a sentire una vera orchestra. Le interpretazioni… beh, a me il Brahms di Haitink è sempre molto piaciuto e la Quarta Sinfonia con la LSO mi sembra, in particolare, molto riuscita. La Quinta di Shostakovich di Rostropovich vive di contrasti dinamici e agogici; è una versione molto personale e preferisco, fra quelle recenti, quella pubblicata da Brilliant nell’integrale Barshai. Però siamo su livelli di eccellenza. Il prezzo dei dischi si aggira sotto i 15 Euro, il che non è affatto male per dei dischi ibridi multicanale da master recenti e ad alta risoluzione. Si annuncia, fra l’altro, l’uscita di un Peter Grimes di Britten diretto da Colin Davis che potrebbe essere davvero interessante.

Per quanto riguarda la Royal Concertgebouw, sono finora usciti due SACD ibridi multicanale, la Nona di Dvorak e Ein Heldenleben diretti da Mariss Jansons, il nuovo direttore titolare dell’orchestra di Amsterdam, che succede al nostro Chailly.

Interpretazioni ottime (ambedue, mi pare e per quanto ho ascoltato, fra le migliori degli ultimi anni, seppur non al livello dei riferimenti nelle due opere), registrazioni di tecnologia differente. Lo Strauss viene da master PCM a 24 bit/48 kHz (sono menzionati, nelle note, apparecchi Yamaha e Tascam), la Nona di Dvorak da un master DSD mixato con una Sonic Solutions. La sinfonia di Dvorak è marginalmente migliore per grana e fedeltà timbrica, ma nessuna delle due registrazioni mi pare da dimostrazione a una fiera audiofila. Tuttavia sono dischi molto godibili; il prezzo, in Francia (dove me li sono procurati) è sotto i 15 Euro e quindi in Italia potrebbe essere anche sotto, dato che la Francia è forse il Paese dell’Unione Europea dove i dischi costano di più.

Dei SACD mahleriani San Francisco Symphony diretti da Michael Tilson Thomas non mi pare il caso di parlare: sono noti, conosciuti e distribuiti in Italia (da Jupiter), eccezionalmente registrati (c’è l’equipe Sony USA dietro), un po’ più discussi per quanto riguarda l’interpretazione, almeno nell’Europa continentale. Sono, soprattutto, decisamente cari…

Giusto mentre sto scrivendo dovrebbero apparire sul mercato i primi due SACD della London Philharmonic, ma chiudo con una stranezza, un SACD dell’etichetta interna dei Berliner Philharmoniker, con la direzione di Simon Rattle. Nessuno dei due ha problemi di contratto, probabilmente l’uscita sull’etichetta interna dell’orchestra è dovuta al fatto che si tratta, almeno parzialmente, della documentazione di uno spettacolo di danza di un corpo di balletto di ragazzi organizzato dalla Philharmonie. Mentre la musica del balletto ("Rhythm is it!") mi sembra di interesse marginale, quello che mi spinge a consigliarvi di procurarvi il disco è un’ottima interpretazione di Sir Simon del Sacre du Printemps di Stravinski, registrata con una dinamica in basso davvero spettacolare. Non mi risulta distribuzione italiana, però non dovrebbe essere difficile ordinare il disco dalla Germania su Internet.

Alla prossima…


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