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NUMERO 15



Apogee BigBen, prima parte di Igor Zamberlan

Sembra essere destino che gli apparecchi più interessanti mi arrivino oltre la data di chiusura di un numero della rivista, sicché mi trovo, un po’ troppo spesso per i miei gusti, a scrivere prove in due parti. Però, rispetto ai pezzi in più parti delle riviste tradizionali (quelle che hanno il buon odore dell’inchiostro e della carta), i miei hanno un vantaggio: non vi costringono a comprare il numero successivo. Solo a leggerlo, se siete interessati agli oggetti descritti…

Ebbene, succede anche stavolta. L’Apogee BigBen, che va a completare la mia catena digitale, è arrivato in ritardo. Per un orologio, non è il migliore dei biglietti da visita…

Cos’è

Ah, qui viene il difficile.

Cominciamo, comunque, col dare a Cesare quel che è di Cesare. L’idea di utilizzare il BigBen in un impianto hi-fi non è mia, viene da alcuni ambienti "fringe" della Rete che giocano con le punte estreme della tecnologia digitale audiofila attuale, precisamente da quella che chiamerei la "scuola TACT". Quando si cominciano ad impiegare correttori digitali dell’acustica e amplificatori che accettano ingressi digitali, avere un segnale di clock pulito, stabile, unico a "dirigere l’orchestra" diventa una delle vie maestre verso l’ottimizzazione.

Comunque, passiamo a definire l’apparecchio. Si tratta di un’unità di generazione o di recupero e di distribuzione del clock digitale. Accetta degli ingressi audio digitali su diverse interfacce (S/PDIF coassiale su RCA e ottico su interfaccia TOSlink, AES/EBU singolo e doppio, ADAT, video, con una scheda opzionale anche FireWire e sincronia video) e un ingresso da un clock esterno su BNC.

Può fornire i dati audio, con relativo segnale di clock, su S/PDIF, AES/EBU singolo e doppio, ADAT, SMUX — questi due sono protocolli utilizzati nel professionale — e il segnale di clock su sei uscite BNC, due delle quali possono essere configurate per fornire un clock a 256 volte la frequenza di campionamento. La sua funzione collaterale (e quella per cui l’ho aggiunto alla mia catena digitale) è quella di effettuare una conversione fra diversi formati: accetta, su S/PDIF coassiale e su AES/EBU a singolo cavo, fino a 192 kHz e 24 bit e può redirigerli su doppio AES/EBU — anche se non può effettuare la conversione da singolo AES/EBU a 192 kHz a doppio AES/EBU, dato che esiste un solo tasto per configurare l’interfaccia AES, tanto in ingresso quanto in uscita. Può anche generare internamente un clock, a frequenza selezionabile attraverso un’interfaccia non comodissima, e distribuirlo su tutte le uscite.

Bene, suppongo che, nella babele di cui sopra, nemmeno voi abbiate capito un granché. Devo dirvi che la confusione era anche mia. Poi vi spiego con un esempio, non vi preoccupate.

Prima vi racconto cosa fa, una volta che il segnale è arrivato all’ingresso. Il segnale di clock viene separato da quello audio, passato attraverso un PLL e trattato (rigenerato) attraverso una tecnologia proprietaria Apogee, denominata C777, basata su sintesi digitale e su un DSP. Il segnale di clock rigenerato viene, inoltre, filtrato (con un filtro chiamato ALF, Adaptive Loop Filtering) per una maggiore precisione del segnale. Il processore usa anche un’altra tecnologia proprietaria, chiamata SureLock, che permette di mantenere il clock anche nel caso in cui la sorgente lo "perda" o smetta di inviarlo, mantenendosi semplicemente sintonizzato sull’ultima frequenza di clock inviata.

Sempre arabo, eh?

Bene, piccola digressione, o della S/PDIF, cioè dell’interfaccia utilizzata per collegare, in ambito consumer e audiofilo, un lettore CD o una meccanica di lettura CD a un convertitore digitale/analogico. I più tecnici perdonino eventuali semplificazioni eccessive, questa è una recensione, non un articolo per il Journal of the Audio Engineering Society.

La S/PDIF (e la concettualmente simile AES/EBU) portano diversi segnali su un singolo cavo. Oltre a qualche bit di controllo, portano i bit del segnale audio (zero e uno) e i bit di clock, che forniscono il "battito del cuore", il segnale di sincronia al convertitore, cioè che gli dicono a che frequenza si deve aspettare i treni di dati.

Se ci pensate, già detta così non sembra una trovata particolarmente furba: mandare una sincronia insieme ai dati sincronizzati, tanto più che parliamo di segnali musicali, che vivono nel dominio del tempo.

A complicare le cose, ci si mette il fatto che ci possono essere difficoltà a separare il segnale di clock da quello relativo ai dati, soprattutto per particolari combinazioni di dati.

Sembra una ricetta sicura, quasi scelta coscientemente, per generare il temibile jitter, quell’instabilità temporale che pare essere, soggettivamente, tanto deleteria per il suono dei nostri apparecchi digitali.

Da ciò è nata una proliferazione di modifiche ed estensioni più o meno proprietarie dell’interfaccia, esclusive di uno specifico costruttore (Linn, Arcam, la defunta Deltec, CEC hanno o hanno avuto la loro interfaccia dedicata) o standardizzate, soprattutto in ambito professionale (la SDIF2, che separa il clock dal segnale, ha una certa diffusione negli studi di registrazione).

Inoltre, fino a qualche tempo fa non esistevano soluzioni per inviare e ricevere, su un singolo cavo, segnali digitali a frequenza superiore a 96 kHz (e neanche per mandarne con jitter sufficientemente contenuto a frequenze superiori a 48 kHz, almeno in un primo momento), motivo per cui è nata l’interfaccia Dual AES. Questa porta il segnale digitale su due cavi, uno per il canale destro e uno per il canale sinistro, a frequenza dimezzata rispetto a quella nominale; la frequenza "intera" viene ricostruita dal lato ricevente il segnale.

La babele è complicata dal fatto che, attualmente, esistono meccaniche e convertitori in grado di inviare o di ricevere il segnale su S/PDIF o AES singola fino a 192 kHz.

L’Apogee BigBen può fare da "interprete" fra le interfacce più o meno standard: estrae il clock e lo invia su cavo separato da quello del segnale, oppure (e al contempo) converte un ingresso a 192 kHz su singolo cavo (solo su S/PDIF, come ho scritto sopra) in un’uscita a 192 kHz su doppio cavo AES/EBU.

Guarda caso, quest’ultima è accettata dal mio dCS Delius…

L’esempio

Ammettiamo che un audiofilo possieda un lettore SACD/DVD-Audio modificato da DVDUpgrades con uscita S/PDIF (vedi http://www.videohifi.com/11_digitalia.htm e http://www.videohifi.com/13_audio_digitale.htm). Tale uscita arriverà a 192 kHz coi DVD-Audio e potrà essere configurata a 176.4 kHz coi SACD.

Ammettiamo poi che abbia un convertitore dCS Delius (o un Elgar, o un Weiss Medea), che accetta le frequenze di campionamento superiori a 96 kHz solo su interfaccia Dual AES.

Costui (cioè io…) potrà inserire, fra l’uscita S/PDIF frontale (ma sì, proseguiamo con lo stereo, anche perché, a questo punto, i livelli di complicazione di un multicanale fatto così sarebbero semplicemente folli) e il convertitore, il nostro BigBen. Un cavo S/PDIF fra l’uscita della scheda Apogee e l’ingresso S/PDIF del BigBen, due cavi AES/EBU fra le due uscite su XLR del BigBen e i due ingressi su XLR del Delius, accensione del lettore, inserimento di un SACD nel Pioneer. Tutto bene, finora. Accensione del BigBen: ma sembra l’albero di Natale… Comincia a scrivere big e poi ben sul display (a segmenti ROSSI) e a far flickerare una preoccupante quantità di lucine; alla fine del ciclo di "benvenuto", selezioniamo l’ingresso S/PDIF, alcuni istanti e il display indica 176.4, si accendono le luci di lock (una freccia verde) e di narrow (un puntino blu), quella relativa al tipo di uscita professionale utilizzabile (SMUX4), quella relativa alla configurazione AES/EBU selezionata (single AES per default), quella del pull up/down (si può variare la frequenza di uscita fino al 4%, il default è, ovviamente, 0) e quelle relative alla configurazione delle due uscite clock configurabili (fs x 1 se non altrimenti configurato, si va da fs/4 a fs x 256). Un po’ di tasti schiacciati (e una sana lettura del manuale) dopo, arriviamo a dirgli che vogliamo l’AES/EBU configurata come Dual AES (ma non vi preoccupate, la configurazione si fa una volta per tutte).

A questo punto, accendiamo il Delius, che farà il suo ciclo di test; configuriamo la Dual AES (On), selezioniamo la medesima (AES2 quindi Input sul telecomando):

SUCCESSO! SI PARTE!

Ah, per un curioso incidente mi sono arrivati due cavi AES configurati con una femmina da ambo i lati, per cui ho dovuto utilizzare dei normali cavi audio (dei Monster Sigma 2000) come cavi digitali, ottenendo un lock stabile. I White Gold XLR di segnale sembrano inadatti a questo scopo, il convertitore non riesce ad ottenere la sincronia oltre i 48 kHz per cavo. Altro indice che questi cavi sono stati fatti da qualcuno che conosce il fatto suo, per quanto mi riguarda.

Il sistema

Oltre allo stack Pioneer/DVDUpgrades/Apogee/dCS, il sistema è composto dal BAT VK75SE e dalle Wilson WITT. Il dCS controlla direttamente il finale, collegato ad esso in bilanciato con una coppia di eccellenti White Gold Sublimis XLR, dal BAT alle WITT dei van den Hul Revelation. I cavi (la ragnatela) dietro la pila digitale sono per l’S/PDIF un Apogee Wyde-Eye AD e un White Gold Sublimis, per l’AES/EBU una coppia di Monster Sigma 2000 di segnale. Tavoli Mana Audio e Audiotech, piedini Omicron sotto il dCS (presto ve ne parlerò, raccontandovi anche di un altro paio di giocattoli del geniale Mauri).

Il Pioneer è rigorosamente in audio direct, dato che il suono mi sembra peggiorare se non si seleziona la modalità più "diretta".

In questa prima parte vi racconto del suono dei SACD in Dual AES, per il suono dei CD e dei DVD-Audio vi rimando alla seconda parte (semplicemente, non ho ancora avuto tempo di giocarci…)

Il suono

La sensazione immediata è quella di passare dal mare alla terraferma, quella di scendere da un traghetto dopo dodici ore di viaggio su mare calmo (non esageriamo) - o, se volete, di scendere da un aereo.

E’ vero che, dopo un po’ di tempo, ci si abitua all’instabilità del mezzo di trasporto fino a non percepirla e a sentirla come naturale, ma per me - e, credo, per tutti i ragazzi di pianura come me -, la terraferma, il caro suolo, conserva la sicurezza, la familiarità che mi permette di sentirmi calmo e in pace (Shhh/Peaceful).

Che stava succedendo qualcosa di clamoroso me ne sono accorto alla prima nota. Il primo disco che mi è capitato in mano, El Cant de la Sibil.la, Mallorca - Valencia, un recente SACD Alia Vox, si apre con il suono di una piccola campana colpita da Pedro Estevan. Ecco, quel suono, con il BigBen nella catena, emerge da uno sfondo incredibilmente silenzioso, calmo, peaceful (Shhh?), da una distanza incredibilmente superiore a quanto sentito prima, con una ricchezza e una definizione semplicemente impossibili. La prova potrebbe anche finire qua. Anzi, finisce qua.

Scherzo.

Comunque, non c’è moltissimo da aggiungere, per chi sappia leggere tra le righe. Siccome odio che si leggano le mie recensioni tra le righe (dato che cerco di scrivere esattamente quello che penso, di esprimerlo nel modo più diretto possibile), rendo il tutto un po’ più esplicito.

Il primo parametro che colpisce è la qualità del silenzio. Ho sempre pensato che una delle cose che fanno distinguere un buon pianista da un grande pianista sia la capacità di far pesare il silenzio, di caricarlo di attesa e di intenzioni. In questo senso, Richter è il più grande. Ora che ci penso, è il più grande anche in una quantità di altri sensi. Il grande analogico è, nell’alta fedeltà, Richter, dal punto di vista del senso del silenzio. Il digitale è, quasi sempre, un pianista dilettante di buona preparazione tecnica e musicale. L’accoppiata Pioneer+DVDUpgrades/dCS, prima del BigBen, era un eccellente concertista, uno che può arrivare a illuderti di essere uno dei grandi nelle serate migliori. Aggiungendo il BigBen non si arriva a Richter, certo - però magari a Kissin o a Pogorelich sì. La densità, il senso che stia per succedere qualcosa, in quei silenzi, è davvero straordinario.

Ma c’è anche tutto il resto.

La dinamica sembra ulteriormente espansa. Sembra essere più fine la gradazione, più continua, il senso di grana è diminuito (sì, lo so, avevo già detto che era praticamente assente. Capita di incontrare qualcosa che ci fa capire che prima c’erano dei limiti che non percepivamo o che pensavamo intrinseci alla tecnologia. Certo ci si fanno delle figure un pochetto da citrulli o da bambini che si entusiasmano per un nonnulla…).

Il tessuto armonico è ancora più denso, il che porta ad evidenti vantaggi nel campo della timbrica, più libera di essere fedele, capace di rendere più distinguibili gli strumenti. Il pianoforte pare espandere maggiormente la sua complessità, lasciarla più a lungo nell’aria. Le voci hanno più corpo, più fronte e più retro - non so come esprimere meglio questo fatto, non è la semplice tridimensionalizzazione, è un senso di respiro, di entità reale che si (micro)muove nella stanza, di bocca che sta in una testa che sta sopra un corpo che è attaccato in terra, una cosa che l’analogico fa con grazia e tranquillità fin da livelli non estremi (e che diventa pazzesca ai livelli più alti, come ho notato sconcertato mettendo un DG in cui Fischer Dieskau e Barenboim eseguono lieder di Liszt qualche sera fa, e dire che il tutto era appena acceso ed era la prima facciata che la Colibrì tracciava quella sera…) e che al digitale viene assai difficile, difficillima.

Il dettaglio è superiore, sia pure non di molto, senza interferire con il messaggio: non è dettaglio da compressione dinamica o da impoverimento armonico (probabilmente mi ripeto, potete controllare col motore di ricerca se volete, ma ho, da sempre, l’impressione che sia più facile che un sistema o un apparecchio dinamicamente compresso o armonicamente impoverito renda il dettaglio più percettibile, dato che non lo maschera, rispetto ad un sistema qualitativamente equivalente ma più dinamico o più rispettoso della complessità armonica). Mi sono trovato a stupirmi di alcune cose non ancora sentite in alcuni dischi o percettibili in modo più netto - certo, qui c’è anche un silenzio più silenzioso da cui partire.

Restano due parametri: la scena acustica e il bilanciamento tonale.

Chiunque abbia mai giocato con clock o antijitter (o anche con cavi digitali di qualità diversa) sa che uno dei primi miglioramenti apparenti è la stabilità della scena acustica, grazie a dei contorni più stagliati e a una maggiore capacità di distinguere suoni diretti e suoni riverberati. La scena ha più "respiro", più aria. Il BigBen fa anche quello, ovviamente. Però, dato che più si sale con le frequenze di campionamento, maggiore diventa la sensibilità al jitter, qui la cosa è drammatica. La scena esplode, anche nelle dimensioni, tanto che la prima reazione è di sconcerto rispetto al fatto che sembra quasi che gli esecutori suonino più "dentro le casse" di come si è abituati a sentirli. Dopo il primo attimo di sgomento ci si accorge che non sono dentro, che sono più avanti, più dietro, più a sinistra, più a destra rispetto a prima, è tutto non ingrandito, addirittura enormizzato. E’, ancora, qualcosa che avvicina al senso di ampiezza senza limiti del grande analogico.

Il bilanciamento tonale rischia, tuttavia, di essere la questione più controversa. L’effetto principale pare essere sulle alte frequenze, che appaiono immediatamente più definite e sembrano maggiormente presenti. L’effetto è un po’ strano, dato che, comunque, le sibilanti vengono meglio controllate. Però ho la sensazione che qualcuno con un sistema un po’ ottimisticamente bilanciato possa trovare l’effetto (accompagnato dalla maggior presenza degli esecutori) lievemente troppo, uhm, intenso. Penso però che tutto si possa correggere, magari giocando coi cavi. Resto dell’idea che più trasparenza e precisione ci sono, meglio è; per addolcire, ci sono sempre i modi e il tempo. Ah, io non ho addolcito niente…

Altre osservazioni sparse

Mi dovrei, quindi, rimangiare quanto dicevo sul controllo del jitter da parte della scheda DVDUpgrades. No, non credo: il lock sull’Apogee è in narrow, quello più difficile e che rivela la maggior qualità della sorgente anche alle frequenze di campionamento più alto; ho l’impressione che, semplicemente, Apogee abbia una tecnologia di clock superiore a quella disponibile normalmente e che quelli che sto sentendo siano gli effetti di tale tecnologia.

Ah, i più attenti fra voi (i miei quattro attenti lettori, si parva licet) avranno notato che ho parlato di frequenza di campionamento di 176.4 kHz e che, nei pezzi precedenti sulla scheda DVDUpgrades, ho utilizzato la frequenza di campionamento di 88.2 kHz. Potrebbe essere plausibile attribuire alcuni vantaggi alla maggior frequenza di campionamento. Le prove che ho effettuato finora (il cambio di frequenza sulla scheda DVDUpgrades è tutt’altro che comodo, è necessario smontare il lettore) mi dicono che sì, c’è qualche vantaggio, in termini di aria e di senso dell’infinità dell’estensione (una sensazione che chi ha spostato l’interruttore del filtro da standard a custom sui lettori SACD integrati che lo permettono avrà provato), ma non mi è sembrato un vantaggio decisivo. Credo proprio che i vantaggi siano, in larga misura, da ascrivere al reclocking e alla più robusta interfaccia a due cavi. Comunque, anche su questo tornerò… la prossima volta.


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