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Qualche tempo fa, accadde che, come ogni anno, l’AHEEA
(Academy For Advancement of High End Audio), l’associazione
americana con aperture internazionali, che riunisce l’
”audio community” a più alto valore musicale
e che assegna gli Academy Awards, gli Oscar per l’High
End Audio e in seguito anche audio/video, mi spedì
le schede per la prima votazione ( le nomine richiedono molti
passaggi) di quella data edizione dei premi. Le schede contengono
molte richieste di segnalazione, dalla miglior testina al
miglior amplificatore, al miglior accessorio per giradischi,
al miglior progettista di elettroniche o di diffusori etc.
Io segnalai, tra le altre cose, il preamplificatore Klimo
Merlin e i finali Klimo Beltaine e come miglior progettista
di elettroniche dell’anno, Dusan Klimo.
Pochi giorni dopo mi giunse un’ulteriore lettera dall’AHHEA,
in cui mi si chiedevano spiegazioni su quel marchio a loro
sconosciuto e su quel progettista che “qualcuno aveva
sentito nominare ma…Forse era un mio amico? Un progettista
italiano ancora sconosciuto negli States? La cosa un po’
mi sorprese, pur conoscendo lo sciovinismo degli ambienti
hi-end americano e ancor più inglese, non potevo credere
che davvero, distribuito o non distribuito non sapessero chi
era Klimo.
Feci la mia bella relazioncina e inviai. Dopo qualche mese,
arrivati in Italia per una certa mostra, un piccolo gruppo
di giornalisti e progettisti americani venne a trovarmi ma
anche ad ottener conto della “rivelazione”. Rimasero
unanimemente affascinati dall’estetica e dalla costruzione
degli apparecchi, ma avrebbero scommesso anche una certa sommetta,
sul fatto che era tutta questione di luccichii e di poca sostanza
( come d’altronde, bisogna ammetterlo, era spesso accaduto
con le realizzazioni europee). Poi si sedettero e io li fregai
bellamente come mi divertivo a fare in quegli anni, facendo
loro ascoltare i Beltaine con i loro 5 watt per canale, pilotare
le Dhalquist DQ 10 e pilotarle con dinamica ed energia. Qualcuno
si soffermò sulla circuitazione, cercando di carpirne
–probabilmente i segreti- molta parte del merito venne,
chissà perché, attribuita alla sorgente analogica
(eppure avevamo ascoltato molti CD) che li faceva cantare,
il mio solito Gyrodek con braccio Sme IV e testina Monster
Alpha II, qualcuno azzardò che in quell’edificio
dovesse esserci un impianto elettrico formidabile ( se le
cose stavano così, la lavastoviglie avrebbe dovuto
lucidare i piatti senza sapone, il ferro da stiro piegare
le camice nell’armadio e il frullatore produrre cocktail
di scampi al solo nominargli la salsa rosa) qualcun altro
che l’ambiente d’ascolto era stato trattato con
molta cura ( è vero, avevo qualche tube trap, ma già
allora seguivo la regola “ in casa ci devi vivere, posiziona
tutto dove ti fa più comodo: se è buono, con
piccoli ritocchi e spostamenti, suonerà meglio). Mi
sembrò chiarissimo che i miei amici un po’, come
si suol dire, ci sformassero e che non potessero ammettere
che questo signore venuto dall’Est (attuale Repubblica
Ceka) e approdato in Germania, facesse tutti – diciamolo
pure- un po’ a pezzettini e senza nemmeno necessità
di sborsare cifre, al cambio del tempo, multi milionarie.
L’anno successivo nessuno mi chiese nessuna spiegazione
sulle mie scelte e molti parlavano infervorati, probabilmente
senza averli mai ascoltati, degli apparecchi di Dusan Klimo.
Cose che succedono, nessuno si scandalizzi, in questo pazzo
pazzo pazzo mondo di pazzi, dove non bastano le prestazioni
ma occorre anche costruire il mito. Ma d’altro canto
nel 99% dei casi il mito, da solo, non si autoalimenta se
non c’è un solido costrutto alle sue spalle.
Cito questo episodio perché, in primo luogo credo sia
inedito ( così i miei lettori e miei collaboratori
di più antica data non faranno quelle classiche facce
che si fanno alle spalle per dire “ si lo sappiamo ce
l’hai raccontato cento volte” ) e perché
rimane comunque significativo, lo sappiano i lettori più
giovani e meno esperienziati di un settore che sembra inventare
ogni giorno il rubinetto per l’acqua calda, ma poi,
di fatto non solo inventa ben poco, ma spesso ignora anche
quel che già c’è.
La mia sincerissima ammirazione per il marchio e per il personaggio,
dunque, risalgono a più che qualche anno fa e si sono
concretizzate in una lunga convivenza con queste elettroniche,
convivenza che talvolta s’interrompe, perché
il mondo è pieno di amplificatori da provare e da ascoltare
ma che finisce sempre, in un modo o nell’altro, per
ricomporsi. Non è per essere acritici, ma non ricordo
un prodotto Klimo che m’abbia deluso. Anzi, ora che
ci penso meglio uno si: i grossi e potenti finali Linnet proprio
non mi piacevano. Probabilmente non avevo tutti i torti, vista
la brevità della loro vita in catalogo. Ma in genere
i prodotti Klimo possiedono una dote per me, smaliziato e
incarognito, rara: riescono ancora ad emozionarmi e persino
a farmi tornar voglia di spender soldi in queste carabattole,
nonostante i tempi, nonostante io capisca perfettamente che
alla mia età bisognerebbe pensare a cose serie come
acquistar casa, per esempio. Eppure ancora riesco a individuare
poche cose più serie che ascoltar musica come si deve.
Ecco
che per questa prova abbiamo individuato un sistema, certamente
non definibile come economico, ma tanto meno come pazzesco
o irraggiungibile nato e sviluppato proprio per questo scopo:
far ascoltare come si deve la musica. E insieme inserirsi
bene in qualsiasi ambiente, essere piuttosto semplice da collocare
e da tenere a punto, e, cosa che non guasta affatto, rispecchiare
nelle forme e nella finitura quel concetto di bello, di estetica
come valore che intende esprimere riproducendo musica.
Merlino
Plus Gold
Massima
espressione di un progetto nato, inizialmente, come alternativa
economica allo splendido Merlin, evoluto via via in versioni
sempre più accurate circuitalmente e raffinate esteticamente,
il Merlino nella sua versione Gold Plus ha finito se non per
soppiantare, almeno per affiancare con notevoli pretese il
“vecchio” Merlin (evoluto anch’esso alla
versione “nonplusultra”, la “Ultimate”).
A sua volta versione ancor più raffinata e selezionata
del Merlino Gold che rispetto al Merlino “liscio”
gode di motherboards dorate, di cablaggio e connettori di
notevolissima qualità e di componentistica selezionata
rispetto alla versione normale ( comprese le valvole preamplificatrici
ECC88), oltrechè della possibilità di montare
il coperchio trasparente che lascia vedere tanta pulizia e
bellezza realizzativi. Elettronica e meccanica che divengono
esse stesse concetto estetico, come accade per quegli orologi
che, attraverso il fondello in vetro zaffiro, fanno sì
che si possa ammirare la straordinaria bellezza dei loro raffinatissimi
movimenti.
La versione Gold Plus che abbiamo in prova, oltre alla costruzione
interamente bi-monoaurale ( due preamplificatori mono uniti
solo dal medesimo telaio e dalla manopola del volume) e a
un ulteriore incremento nella qualità della componentistica
( quasi eliminati gli elettrolitici sostituiti da condensatori
in polipropilene a bassissima tolleranza selezionati a mano)
si avvale ( ed è una coadiuvazione essenziale) della
superalimentazione separata, anch’essa a valvole, Thor
che ha le medesime dimensioni e le medesime finiture del preamplificatore
e ad esso viene collegata mediante un massiccio cordone con
altrettanto massiccio connettore speciale a pettine ( viste
le dimensioni bisognerebbe dire almeno “a spazzola”)
con contatti in argento e tanto di leva per la “sicura”,
una volta collegato. La realizzazione sia tecnica che estetico-costruttiva
è davvero superba e dimostra il grado di maturità
ormai raggiunto da questi prodotti. Secondo tradizione della
casa i Merlino possono essere aggiornati alle versioni successive,
così anziché spender soldi in farmaci per il
mal di fegato, i possessori di un Merlino Gold farebbero bene
a risparmiarli per “upgradare” il proprio preamplificatore
alla versione Plus. Posso assicurare che ne vale veramente
la pena.
E se non vi basta il suono, sappiate che il Plus Gold è
anche telecomandabile…e date un’occhiata alla
foto del telecomando “Merlin Look”! Ecco come
la semplicità, con pochi sapienti tocchi, si trasforma
in essenza non annacquata di bellezza!
Klimo
Kent Gold
La
più recente versione del più celebre e diffuso
tra i finali di potenza Klimo, il Kent, presentato per la
prima volta nel 1983, si caratterizza a tutta prima per il
“vestito” che apparentemente copre le nudità
della versione originale, adeguandosi in realtà alle
nuove normative di sicurezza, e facendolo con rara eleganza.
La scatola di acciaio e metacrilato che racchiude la circuiteria
dei finali, si accorda perfettamente ai restanti componenti
della linea Klimo e, attraverso una finestra lasciata aperta
sul frontale, lascia osservare le valvole e la bella realizzazione
interna, che pur appoggiandosi sul medesimo schema di vent’anni
fa, ha fatto passi in avanti decisivi per quel che concerne
la qualità e i valori della componentistica adottata
( curatissima e particolarmente potente la sezione di alimentazione)
che ora ruota attorno alle nuovissime EL 34 AEG che promettono
prestazioni di livello sorprendentemente elevato. Prestazioni
che, come vedremo tra poco non rappresentano la solita promessa
da marinaio delle rivisitazioni bensì rappresentano
un vero e proprio evento in un settore che per forza di cose
non può offrire troppe novità.

Premesso
il solito sguardo di orrore al disordine dei cablaggi nel
mio impianto e il solito paziente lavoro di riordino da parte
di Stefano e Christian di Suono e Comunicazione, le elettroniche
Klimo sono state inserite in un impianto composto da giradischi
Transcriptors Hydraulic con braccio Transcriber e testina
Goldring G 1042, Yamaha PX-2 con testina Clearaudio Victory
H, Thorens TD 124 con braccio Sme Series II e testina Fidelity
Research FR1 MKII mod. VDH, pre phono Trichord Dino+, Telefunken
100 CX, pre-pre Denon HA 1000, lettore CD/SACD Micromega Reference
SACD, diffusori IMF Professional Monitor. Con l’occasione
mi sono stati forniti in prova anche i nuovi cavi di alimentazione
e segnale Klimo che, assieme al cavo di potenza, saranno oggetto
di una più attenta disamina sul prossimo numero. Per
il momento posso dirvi che all’atto pratico la nuova
linea di cablaggio sembra godere di un rapporto prezzo/costruzione/praticità
d’uso/prestazioni, elevatissimo, tale da far riconsiderare
certe follie in rame filato, anche ai più ostinati
tra gli adoratori di questi singolari totem serpiformi.

Lasciati
scaldare i componenti ( che erano intonsi) una notte e fatti
rodare col solito sistema del CD a bassissimo volume ( dopo
averne già apprezzato le prestazioni “a freddo”
e “ex-novo”, ho iniziato a dedicarmi ad una vera
e propria maratona dedicata al piacere dell’ascolto.
Eh già, perché al di là di qualsiasi
cervellotica definizione, ciò che queste apparecchiature
rivelano sin dal primo istante è la loro assoluta dedizione
al piacere dell’ascolto, a quel piacere che non chiede
troppi perché e non frappone soverchi “ma”
tra l’ascoltatore e l’impianto. Il preamplificatore,
anche confrontato con quelli che per me sono due mostri sacri
a stato solido, i preampli Bryston BP 25 e SP 1.7, dimostra
di essere un vero e proprio outsider dell’altissima
fedeltà, in grado di non far affatto rimpiangere preamplificatori,
in genere statunitensi assai più costosi. Se posso
azzardare (ed azzardo volentieri) il Merlino Plus Gold possiede
molti accenti di quella vera e propria leggenda del suono
che fu L’Audio Research SP 10: l’estrema risoluzione
dei particolari minuti, la trasparenza, disarmante per assenza
di veli o interposizioni anche minime tra ascoltatore e brano
riprodotto, ma senza mai apparire esagerata e artificialmente
radiografante (merito soprattutto di una gamma acuta estesa
e rifinitissima, ma priva di ruffiane increspature nella risposta),
la velocità d’esecuzione. Certo ne è passata
di acqua sotto i ponti da quando il Merlino era una economica
alternativa al glorioso Merlin, un preamplificatore preciso
e piacevole in una veste elegante ma dimessa facendo riferimento
al bellissimo fratello maggiore. Il Merlino Gold Plus è
ormai un preamplificatore di classe assoluta che nulla ha
più da invidiare al suo splendido capostipite, se non
l’occhio magico. Sostituito abbastanza efficacemente
( ma non tanto da non farcelo rimpiangere) da un grosso segnalatore
circolare di funzionamento ( il cerchio che racchiude la “K”
del marchio Klimo) retroilluminato in arancio, quando l’apparecchio
è in mute, per divenire verde prato quando l’apparecchio
è in regolare funzionamento. Gioco di luci e colori
che si ripete identico e sincrono sul pannello frontale del
Thor.

Se proprio devo trovargli un difetto ( oltre ad una valvola
decisamente microfonica sull’esemplare a mia disposizione
che tende a captare tutti gli agganci e gli sganci dal satellite
di qualsiasi telefonino in un raggio di 30 mt: sostituita
problema risolto) è in un certo eccesso di calore sul
medio-basso che potrebbe non piacere ( ma potrebbe anche piacere
molto) ai possessori di diffusori con woofer grandi e cedevoli,
che potrebbero (potrebbero) avvertire un certo rigonfiamento
nella zona del calore ( detta così sembra oscena, ma
vi assicuro che non c’è alcuna intenzione doppiosensistica).
Niente d’importante e peraltro appena intuito attraverso
i Professional Monitor che pure hanno una gamma bassa a dir
poco eccezionale ed eccezionalmente estesa e un woofer, il
Kef B 139 ellittico che in questa configurazione in linea
di trasmissione, può tranquillamente essere considerato
alla stregua di un woofer da 15”.
Bene, quando gli IMF (gran bei tempi) erano regolarmente in
produzione, in piena epoca di transistor, venivano considerati
– a causa della complessità della realizzazione
meccanico-acustica, della raffinatezza del filtro, del numero
e della qualità degli altoparlanti, dell’efficienza
non altissima- diffusori piuttosto “difficili”,
E certo ancor oggi non possono essere considerati particolarmente
facili e nemmeno impossibili, anzi, ma è sorprendente,
davvero sorprendente, la facilità con cui vengono pilotati
dai Kent Gold, con quale corposità esprimono il loro
bellissimo basso, così profondo e così strepitosamente
vero. A tutto avrei pensato per questi amatissimi diffusori,
ma a una coppia di Kent no. Eppure i Kent Gold mi appaiono
ora come la loro amplificazione ideale: così fluidi,
plasticamente musicali, melodiosi e insieme precisi e compiti.
Diamine che amplificazione! Dusan Klimo rischia costantemente
di superarsi. I Kent Gold certamente non possiedono l’imperscrutabile
magia dei Belatine, ma per chi vuole un amplificatore non
solo timbricamente iperbolico, ma anche muscolare e all’occorrenza
cattivo…Beh, non c’è tanto da impazzire
tra le impossibili potenze e gl’impossibili prezzi dei
grandi mostri a stato solido, si può ad esempio scoprire
che quella che comunemente intendiamo come potenza medio-bassa
e che il distributore più correttamente indica come
media-potenza, cioè i 40 watt ciascuno dei Klimo Kent
Gold siano una potenza estremamente sostanziosa e splendidamente
sfruttata. No, il Kent non è più il “piccolo
ma ottimo” finale della prestigiosa casa, è ormai
un grandissimo finale di potenza in un involucro compatto
e aggraziato. Un finale di potenza in grado di lasciare di
stucco anche il più esigente possessore di esigente
catena d’ascolto. In combinazione con Merlino Plus Gold
e Thor, i Kent Gold rappresentano oggettivamente una delle
migliori amplificazioni a cui si possa legittimamente aspirare.
Niente follie, molta, moltissima concretezza, ma anche una
classe che forse non ci si aspetta. E che conquista, immediatamente.
E risulta difficile capire perché bisognerebbe desiderare
di più.
Un riferimento. Credetemi.
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