Un rapporto preliminare
Un
DAC da 560 Euro
Studio
M Audio è uno dei distributori “underground”
di materiale audio in Italia. Nel loro sito figurano e hanno
figurato, fra i prodotti distribuiti, Lundahl, Roiene, Phy-HP,
Stevens&Billington, Cabasse (componenti sfusi) e altri
oggetti che hanno un “cult following”; spesso
sono arrivati nel sito di Studio M prima di diventare conosciuti
nel nostro Paese, anche prima di diventare oggetti di culto
presso il piccolo ambiente cui si rivolgono.
Ora, in collaborazione con un’Azienda che si occupa
di automazione industriale, Studio M Audio presenta (e qui
vi racconto in anteprima) un convertitore digitale/analogico
molto interessante, piuttosto innovativo e di prezzo decisamente
accattivante.
L’Appleby
DAC104 si presenta in una piccola “scatola”
che ne rivela la provenienza professionale, robusta e razionale
(anche se esporrò sotto una piccola critica), con un frontale
non inutilmente esagerato che include anche un controllo
di volume. Sul pannello posteriore (ed ecco la piccola critica:
i connettori di uscita sono, per motivi di spazio, fin troppo
ravvicinati e ho avuto qualche difficoltà ad utilizzare
i miei Wire World Gold Eclipse)
ci sono tre ingressi in standard diverso (che sono
in realtà attestati ad un unico ingresso, non possono quindi
essere utilizzati contemporaneamente), uno S/PDIF su RCA,
un TOSLINK e un AES/EBU, con i relativi deviatori per scegliere
quale utilizzare. L’AES/EBU prevede anche un pass-through,
è cioè possibile collegare, in uscita, un altro apparecchio
digitale che preveda ingressi nello stesso standard.

Tornando
un attimo al frontale, possiamo notare che ci sono, anche
su di esso, due deviatori; uno serve a variare la pendenza
del filtro digitale (sharp e slow, lo sharp è ottimizzato
per la massima ampiezza della risposta in frequenza, lo
slow limita il pre-ringing – quel fenomeno, tipico
del digitale, per cui la risposta all’impulso è preceduta
da una serie di piccole pre-oscillazioni – a scapito
di un più prematuro calo della risposta in frequenza) e
a invertire la fase assoluta.

A
proposito di questa, va detto che alcuni pensano che la
fase assoluta sia inudibile, altri credono e sono pronti
a testimoniare di differenze drammatiche nella riproduzione
invertendo la fase. Mi pare necessario spiegare di cosa si
tratta. La riproduzione di un transiente dovrebbe, in teoria,
far corrispondere, diciamo ad un colpo assestato sulla grancassa,
un primo movimento in avanti del woofer dei diffusori. A
causa della complicazione dei percorsi di segnale delle
apparecchiature da studio (e, a volte, anche di quelle da
riproduzione: molti preamplificatori sono cosiddetti “invertenti”,
cioè invertono la fase assoluta), molti dischi sono incisi
a fase invertita (ad un colpo sulla grancassa corrisponde
un movimento indietro degli altoparlanti). Per ripristinare
la correttezza della fase esistono diverse soluzioni, da
quella che prevede di invertire ambedue i cavi che vanno
dall’amplificatore ai diffusori, scambiando (da
un solo lato e su ambedue i diffusori) il rosso col
nero e viceversa, a quella, valida solo per l’analogico,
di scambiare le pagliuzze fra testina e braccio in ambedue
i canali nella stessa maniera (blu con bianco e rosso con
verde, nello standard abituale). Non c’è però dubbio
sul fatto che la maniera più comoda per farlo sia quella
di disporre di un apparecchio (DAC, preamplificatore, pre
phono) che permetta, con un tasto, di variare la fase, magari
anche con un telecomando dalla posizione di ascolto. In
realtà, dato che i segnali musicali sono più complessi di
un semplice transiente con silenzio prima e silenzio dopo,
è praticamente impossibile sapere se un disco (o un sistema)
invertono la fase assoluta osservando il movimento degli
altoparlanti; è quindi richiesta un po’ di sperimentazione
(ad orecchio) per capirlo. Inoltre non è raro che, nello
stesso brano, alcuni strumenti siano registrati in fase
e altri in controfase; in quei casi è difficile stabilire
se c’è una posizione corretta e una errata…
L’intera faccenda diventa, quindi, aleatoria. E’
comunque una possibilità di ottimizzazione di cui preferisco
sempre disporre, possibilmente, come nel caso del nostro
oggetto, in maniera comoda.
Tornando
proprio al nostro oggetto, si tratta, tecnicamente, e per
la parte digitale e ibrida del segnale, dell’implementazione
di due chip Burr Brown, il DIR1703 come ricevitore di ingresso
e il PCM1738 come convertitore digitale/analogico. La scelta
del DIR1703 è stata dettata dal fatto che, al momento della
progettazione del DAC104, si trattava della soluzione off-the-shelf
(senza ricorrere a dispositivi aggiuntivi o a soluzioni
custom) di caratteristiche superiori dal punto di vista
della reiezione al jitter. Ora il 1703 è stato, probabilmente,
superato dal Crystal CS8416, motivo per il quale è possibile
che arrivi, a breve, una seconda versione di questo DAC,
che dovrebbe risolvere un paio dei problemi di utilizzo
di cui vi racconto nella parte relativa all’ascolto.
La frequenza massima di sampling prevista dalla versione
attuale del 104 è 96 kHz.
Il
1738 viene utilizzato al massimo delle sue possibilità operative;
il DAC implementa, infatti, il controllo di volume digitale,
la selezione dei filtri e l’inversione di fase previsti
dal chip Burr Brown.

L’innovazione
tecnologica – o quantomeno la parte meno standard
– di questo oggetto sta nella sezione analogica. Le
informazioni sono ancora piuttosto scarne e mi riprometto
di ritornarci quando mi arriverà la seconda versione del
DAC corredata di una descrizione più completa di questo
stadio. In ogni caso, sappiamo (se non lo sapete, ve lo
dico…) che i chip di conversione digitale/analogica
si dividono, dal punto di vista delle uscite analogiche,
in due famiglie, quelli che escono in tensione e quelli
che escono in corrente (alcuni, come il PCM1738 o il Philips
TDA1547, prevedono entrambe le uscite). L’uscita degli
apparecchi di segnale è – salvo rari casi di connessioni
dedicate tipo la CAST di Krell – in tensione, quindi
il segnale in corrente va convertito da qualche parte. Internamente
ai DAC il segnale analogico viene prodotto in corrente,
quindi quelli che escono in tensione integrano un dispositivo
che effettua questa conversione (concettualmente si tratta,
molto spesso, di un op-amp di qualità non eccelsa: è per
questo che i grandi DAC multibit, in passato, quasi sempre
uscivano in corrente). La prassi comune coi DAC che escono
in corrente è quella di convertire il segnale in tensione
(stadio di conversione I/V) come prima cosa all’uscita
del DAC, attraverso dispositivi discreti, attraverso un
op-amp o per mezzo di una semplice resistenza. Il DAC104
fa qualcosa di diverso, amplifica infatti il segnale in
corrente all’uscita dal DAC e lo converte in tensione
come ultima operazione prima dell’uscita, un approccio
che, se le mie informazioni sono corrette, viene utilizzato
comunemente solo da Wadia. Fra l’altro, questa scelta
tecnologica permette ad Appleby di prevedere due versioni
del DAC104, una (quella in prova) più economica in cui la
conversione viene effettuata con un op-amp e una, più pregiata,
in cui essa viene effettuata passivamente, con una coppia
di eccellenti trasformatori Lundahl. Spero che il secondo
esemplare del 104 che mi è stato promesso mi giunga in quest’ultima
versione.
A
colpo d’occhio, i componenti elettronici utilizzati
appaiono di ottima qualità, soprattutto in rapporto al prezzo
dell’apparecchio, decisamente basso per il dell'alta fedeltà domestica di qualità(a testimoniare una volta di più della sua provenienza
più professionale che audiophile).
Utilizzo
e suono
Dell’eccessiva
vicinanza dei connettori d’uscita vi ho già detto
sopra. Quello cui accennavo quando parlavo di problemi di
utilizzo sono due “quirk” che mi hanno impedito
di utilizzarlo con il Pioneer/DVDUpgrades: il fatto che
non sembra gradire la frequenza di 88.2 kHz – quindi
niente SACD dalla scheda DVDUpgrades, che esce proprio a
questa frequenza – e un fastidioso sibilo emesso ad
ogni cambio di frequenza di campionamento in ingresso. Dato
che la scheda DVDUpgrades cambia frequenza di campionamento
una o due volte a ciascun cambio di disco, ho preferito
evitare.
Ho
quindi tirato fuori la buona vecchia Philips CDPRO con alimentazione
separata stabilizzata a discreti, montata su Vibrapod. Come
cavi digitali ho usato il White Gold Sublimis e lo Shat
Digital V, tutt’e due in configurazione S/PDIF. Il
finale era il mio consueto BAT VK75SE, i diffusori le Wilson
WITT e le Voce Divina Mezzosoprano e Soprano. Cavi di segnale
White Gold Sublimis e Wire World Gold Eclipse, cavi di potenza
Van den Hul Revelation e Aural Symphonics Hybrid.
Non
c’è il preamplificatore, nella lista sopra. In un
primo momento ho tentato di ascoltare il DAC nella stessa
configurazione in cui ascolto il mio dCS Delius, direttamente
collegato al finale, ottenendo un suono che definirei paradossale.
Dinamicamente compresso, non sottodefinito, ma palesemente
“dentro i diffusori”, con evidente nasalità,
estremo basso depresso, basso presente ma un po’ allungato,
mediobasso depresso, gamma media leggibile e piacevole,
medioacuto depresso, acuto di buona qualità, estremo acuto
attenuato. Mah. Non avrebbe avuto senso parlare male di
un apparecchio sconosciuto, per cui ero praticamente pronto
a rispedirlo al distributore in un silenzio imbarazzato.
Ho, però, tentato una seconda configurazione, quella col
fido Audio Synthesis ProPassion.
Aaaah,
mooolto meglio. Evidentemente il controllo di volume digitale
non è precisamente
trasparente.
In
questa configurazione, pur mantenendo una palese compressione
dinamica rispetto al dCS (non mi è ancora capitato di sentire
qualcosa che non fosse compresso rispetto al dCS) e risultando
meno diretto rispetto al North Star 192 – che ho ancora
in casa, dato che presto dovrebbero arrivarmi la relativa
meccanica e il fratello cresciuto Extremo – si difende
con una bella fluidità, un’ottima capacità di rivelare
il dettaglio fine, una piacevole “signorilità”
nella riproposizione della musica. Non è altrettanto esteso
né altrettanto “sveglio” rispetto al North Star
(manca, cioè, di quella velocità e di quella violenza realistica
sui transienti di cui il North Star dà sempre prova), ne
viene superato per macro e microdinamica, ma appare, rispetto
ad esso, più immediatamente piacevole da ascoltare e più
accattivante. La scena è significativamente più stretta
e lievemente meno profonda rispetto ad entrambi i riferimenti,
anche se i dettagli di ambienza (decadimenti, riflessioni)
vengono rivelati in modo molto leggibile.
Una
delle cose sorprendenti per il prezzo di questo DAC è che
non strilla. Credo sia nota ai miei pochi lettori
abituali la mia scarsa sopportazione del digitale su CD.
Ascolto parecchia musica sinfonica, la maggioranza dei CD
e la maggioranza dei lettori CD hanno la sgradevolissima
tendenza, chi più chi meno, a fare dei tutti di archi una
cosa che, per mancanza di parole migliori, definirei una
massa con uno scalino sopra, lo scalino essendo per lo più
somigliante a qualcuno che gratta su un filo di acciaio.
Da mal di denti… Il 104 (come del resto il North Star
e il dCS) evita l’eccesso, resta piacevole anche coi
CD di musica sinfonica. Un grosso punto a favore, per me,
visto il milione di lire di prezzo.
Nel
complesso, pur non raggiungendo le qualità intrinseche del
North Star, ne è quasi l’antitesi dal punto di vista
del bilanciamento tonale; potrebbe piacere ai detrattori
del famoso DAC pisano. Un po’ delle tracce di attenuazione
che avevo rilevato con il collegamento diretto al finale
restano, salvo la depressione sul mediobasso, che pare riempirsi
senza diventare iperteso o ipercinetico.
Diciamo
che l’impostazione, fatte le debite proporzioni qualitative
(guardate il prezzo…), ricorda, in qualche misura,
quella del Musical Fidelity Tri-Vista SACD: una prospettiva
più allontanante, meno “presente”, coerentemente
meno “forward” rispetto a quella dei riferimenti,
che si ripercuote anche sulla prestazione dinamica, che
sembra meno spinta. Un ascolto, quindi, decisamente gradevole.
Questo
col filtro Slow. Col filtro Sharp, nella mia configurazione,
la macchina diventa piuttosto sgraziata.
Un
prodotto, quindi, decisamente interessante, che potrebbe
svecchiare il suono di più di qualche lettore CD di gamma
medio-bassa. Resto in attesa della versione aggiornata,
magari con uscita a trasformatori, per la prova vera col
digitale ad alta risoluzione.