Numero 13
Editoriale
Sistema Klimo
MF X150 & X-Ray V3
Appleby DAC104
Sony XA900 ES
Avalon Ascendant
Voce Divina Mezzosop.
La Pulce nell'orecchio
Tweaking alimentazioni
Three Blind Mice
Digitalia Special 2
Nec PlasmaSync 42
HD- RGB Component+
Guida Videoproiezione
Matteo Lupatelli
HOME

 

 

Dati

Costruttore: Appleby Audio, Italia

www.applebyaudio.com

Distributore: StudioM Audio

www.studiomaudio.com, mail

 

Prezzo 04/2004: :€ 563

 

Descrizione:

Convertitore digitale/analogico.
Frequenze di ingresso 32-96kHz.
Ingressi AES/EBU, S/PDIF su RCA, TOSLink
Uscita digitale AES/EBU, uscite analogiche RCA

 

 

Appleby DAC104
Di Igor Zamberlan
 

 

 

 

 
 
 

 

 

Un rapporto preliminare

Un DAC da 560 Euro

Studio M Audio è uno dei distributori “underground” di materiale audio in Italia. Nel loro sito figurano e hanno figurato, fra i prodotti distribuiti, Lundahl, Roiene, Phy-HP, Stevens&Billington, Cabasse (componenti sfusi) e altri oggetti che hanno un “cult following”; spesso sono arrivati nel sito di Studio M prima di diventare conosciuti nel nostro Paese, anche prima di diventare oggetti di culto presso il piccolo ambiente cui si rivolgono.


Ora, in collaborazione con un’Azienda che si occupa di automazione industriale, Studio M Audio presenta (e qui vi racconto in anteprima) un convertitore digitale/analogico molto interessante, piuttosto innovativo e di prezzo decisamente accattivante.

L’Appleby DAC104 si presenta in una piccola “scatola” che ne rivela la provenienza professionale, robusta e razionale (anche se esporrò sotto una piccola critica), con un frontale non inutilmente esagerato che include anche un controllo di volume. Sul pannello posteriore (ed ecco la piccola critica: i connettori di uscita sono, per motivi di spazio, fin troppo ravvicinati e ho avuto qualche difficoltà ad utilizzare i miei Wire World Gold Eclipse)  ci sono tre ingressi in standard diverso (che sono in realtà attestati ad un unico ingresso, non possono quindi essere utilizzati contemporaneamente), uno S/PDIF su RCA, un TOSLINK e un AES/EBU, con i relativi deviatori per scegliere quale utilizzare. L’AES/EBU prevede anche un pass-through, è cioè possibile collegare, in uscita, un altro apparecchio digitale che preveda ingressi nello stesso standard.

 

Tornando un attimo al frontale, possiamo notare che ci sono, anche su di esso, due deviatori; uno serve a variare la pendenza del filtro digitale (sharp e slow, lo sharp è ottimizzato per la massima ampiezza della risposta in frequenza, lo slow limita il pre-ringing – quel fenomeno, tipico del digitale, per cui la risposta all’impulso è preceduta da una serie di piccole pre-oscillazioni – a scapito di un più prematuro calo della risposta in frequenza) e a invertire la fase assoluta.

 

A proposito di questa, va detto che alcuni pensano che la fase assoluta sia inudibile, altri credono e sono pronti a testimoniare di differenze drammatiche nella riproduzione invertendo la fase.  Mi pare necessario spiegare di cosa si tratta. La riproduzione di un transiente dovrebbe, in teoria, far corrispondere, diciamo ad un colpo assestato sulla grancassa, un primo movimento in avanti del woofer dei diffusori. A causa della complicazione dei percorsi di segnale delle apparecchiature da studio (e, a volte, anche di quelle da riproduzione: molti preamplificatori sono cosiddetti “invertenti”, cioè invertono la fase assoluta), molti dischi sono incisi a fase invertita (ad un colpo sulla grancassa corrisponde un movimento indietro degli altoparlanti). Per ripristinare la correttezza della fase esistono diverse soluzioni, da quella che prevede di invertire ambedue i cavi che vanno dall’amplificatore ai diffusori, scambiando (da un solo lato e su ambedue i diffusori) il rosso col nero e viceversa, a quella, valida solo per l’analogico, di scambiare le pagliuzze fra testina e braccio in ambedue i canali nella stessa maniera (blu con bianco e rosso con verde, nello standard abituale). Non c’è però dubbio sul fatto che la maniera più comoda per farlo sia quella di disporre di un apparecchio (DAC, preamplificatore, pre phono) che permetta, con un tasto, di variare la fase, magari anche con un telecomando dalla posizione di ascolto. In realtà, dato che i segnali musicali sono più complessi di un semplice transiente con silenzio prima e silenzio dopo, è praticamente impossibile sapere se un disco (o un sistema) invertono la fase assoluta osservando il movimento degli altoparlanti; è quindi richiesta un po’ di sperimentazione (ad orecchio) per capirlo. Inoltre non è raro che, nello stesso brano, alcuni strumenti siano registrati in fase e altri in controfase; in quei casi è difficile stabilire se c’è una posizione corretta e una errata… L’intera faccenda diventa, quindi, aleatoria. E’ comunque una possibilità di ottimizzazione di cui preferisco sempre disporre, possibilmente, come nel caso del nostro oggetto, in maniera comoda.

Tornando proprio al nostro oggetto, si tratta, tecnicamente, e per la parte digitale e ibrida del segnale, dell’implementazione di due chip Burr Brown, il DIR1703 come ricevitore di ingresso e il PCM1738 come convertitore digitale/analogico. La scelta del DIR1703 è stata dettata dal fatto che, al momento della progettazione del DAC104, si trattava della soluzione off-the-shelf (senza ricorrere a dispositivi aggiuntivi o a soluzioni custom) di caratteristiche superiori dal punto di vista della reiezione al jitter. Ora il 1703 è stato, probabilmente, superato dal Crystal CS8416, motivo per il quale è possibile che arrivi, a breve, una seconda versione di questo DAC, che dovrebbe risolvere un paio dei problemi di utilizzo di cui vi racconto nella parte relativa all’ascolto. La frequenza massima di sampling prevista dalla versione attuale del 104 è 96 kHz.

Il 1738 viene utilizzato al massimo delle sue possibilità operative; il DAC implementa, infatti, il controllo di volume digitale, la selezione dei filtri e l’inversione di fase previsti dal chip Burr Brown.

L’innovazione tecnologica – o quantomeno la parte meno standard – di questo oggetto sta nella sezione analogica. Le informazioni sono ancora piuttosto scarne e mi riprometto di ritornarci quando mi arriverà la seconda versione del DAC corredata di una descrizione più completa di questo stadio. In ogni caso, sappiamo (se non lo sapete, ve lo dico…) che i chip di conversione digitale/analogica si dividono, dal punto di vista delle uscite analogiche, in due famiglie, quelli che escono in tensione e quelli che escono in corrente (alcuni, come il PCM1738 o il Philips TDA1547, prevedono entrambe le uscite). L’uscita degli apparecchi di segnale è – salvo rari casi di connessioni dedicate tipo la CAST di Krell – in tensione, quindi il segnale in corrente va convertito da qualche parte. Internamente ai DAC il segnale analogico viene prodotto in corrente, quindi quelli che escono in tensione integrano un dispositivo che effettua questa conversione (concettualmente si tratta, molto spesso, di un op-amp di qualità non eccelsa: è per questo che i grandi DAC multibit, in passato, quasi sempre uscivano in corrente). La prassi comune coi DAC che escono in corrente è quella di convertire il segnale in tensione (stadio di conversione I/V) come prima cosa all’uscita del DAC, attraverso dispositivi discreti, attraverso un op-amp o per mezzo di una semplice resistenza. Il DAC104 fa qualcosa di diverso, amplifica infatti il segnale in corrente all’uscita dal DAC e lo converte in tensione come ultima operazione prima dell’uscita, un approccio che, se le mie informazioni sono corrette, viene utilizzato comunemente solo da Wadia. Fra l’altro, questa scelta tecnologica permette ad Appleby di prevedere due versioni del DAC104, una (quella in prova) più economica in cui la conversione viene effettuata con un op-amp e una, più pregiata, in cui essa viene effettuata passivamente, con una coppia di eccellenti trasformatori Lundahl. Spero che il secondo esemplare del 104 che mi è stato promesso mi giunga in quest’ultima versione.

A colpo d’occhio, i componenti elettronici utilizzati appaiono di ottima qualità, soprattutto in rapporto al prezzo dell’apparecchio, decisamente basso per il dell'alta fedeltà domestica di qualità(a testimoniare una volta di più della sua provenienza più professionale che audiophile).

Utilizzo e suono

Dell’eccessiva vicinanza dei connettori d’uscita vi ho già detto sopra. Quello cui accennavo quando parlavo di problemi di utilizzo sono due “quirk” che mi hanno impedito di utilizzarlo con il Pioneer/DVDUpgrades: il fatto che non sembra gradire la frequenza di 88.2 kHz – quindi niente SACD dalla scheda DVDUpgrades, che esce proprio a questa frequenza – e un fastidioso sibilo emesso ad ogni cambio di frequenza di campionamento in ingresso. Dato che la scheda DVDUpgrades cambia frequenza di campionamento una o due volte a ciascun cambio di disco, ho preferito evitare.

Ho quindi tirato fuori la buona vecchia Philips CDPRO con alimentazione separata stabilizzata a discreti, montata su Vibrapod. Come cavi digitali ho usato il White Gold Sublimis e lo Shat Digital V, tutt’e due in configurazione S/PDIF. Il finale era il mio consueto BAT VK75SE, i diffusori le Wilson WITT e le Voce Divina Mezzosoprano e Soprano. Cavi di segnale White Gold Sublimis e Wire World Gold Eclipse, cavi di potenza Van den Hul Revelation e Aural Symphonics Hybrid.

Non c’è il preamplificatore, nella lista sopra. In un primo momento ho tentato di ascoltare il DAC nella stessa configurazione in cui ascolto il mio dCS Delius, direttamente collegato al finale, ottenendo un suono che definirei paradossale. Dinamicamente compresso, non sottodefinito, ma palesemente “dentro i diffusori”, con evidente nasalità, estremo basso depresso, basso presente ma un po’ allungato, mediobasso depresso, gamma media leggibile e piacevole, medioacuto depresso, acuto di buona qualità, estremo acuto attenuato. Mah. Non avrebbe avuto senso parlare male di un apparecchio sconosciuto, per cui ero praticamente pronto a rispedirlo al distributore in un silenzio imbarazzato. Ho, però, tentato una seconda configurazione, quella col fido Audio Synthesis ProPassion.

Aaaah, mooolto meglio. Evidentemente il controllo di volume digitale non  è precisamente trasparente.

In questa configurazione, pur mantenendo una palese compressione dinamica rispetto al dCS (non mi è ancora capitato di sentire qualcosa che non fosse compresso rispetto al dCS) e risultando meno diretto rispetto al North Star 192 – che ho ancora in casa, dato che presto dovrebbero arrivarmi la relativa meccanica e il fratello cresciuto Extremo – si difende con una bella fluidità, un’ottima capacità di rivelare il dettaglio fine, una piacevole “signorilità” nella riproposizione della musica. Non è altrettanto esteso né altrettanto “sveglio” rispetto al North Star (manca, cioè, di quella velocità e di quella violenza realistica sui transienti di cui il North Star dà sempre prova), ne viene superato per macro e microdinamica, ma appare, rispetto ad esso, più immediatamente piacevole da ascoltare e più accattivante. La scena è significativamente più stretta e lievemente meno profonda rispetto ad entrambi i riferimenti, anche se i dettagli di ambienza (decadimenti, riflessioni) vengono rivelati in modo molto leggibile.

Una delle cose sorprendenti per il prezzo di questo DAC è che non strilla. Credo sia nota ai miei pochi lettori abituali la mia scarsa sopportazione del digitale su CD. Ascolto parecchia musica sinfonica, la maggioranza dei CD e la maggioranza dei lettori CD hanno la sgradevolissima tendenza, chi più chi meno, a fare dei tutti di archi una cosa che, per mancanza di parole migliori, definirei una massa con uno scalino sopra, lo scalino essendo per lo più somigliante a qualcuno che gratta su un filo di acciaio. Da mal di denti… Il 104 (come del resto il North Star e il dCS) evita l’eccesso, resta piacevole anche coi CD di musica sinfonica. Un grosso punto a favore, per me, visto il milione di lire di prezzo.

Nel complesso, pur non raggiungendo le qualità intrinseche del North Star, ne è quasi l’antitesi dal punto di vista del bilanciamento tonale; potrebbe piacere ai detrattori del famoso DAC pisano. Un po’ delle tracce di attenuazione che avevo rilevato con il collegamento diretto al finale restano, salvo la depressione sul mediobasso, che pare riempirsi senza diventare iperteso o ipercinetico.

Diciamo che l’impostazione, fatte le debite proporzioni qualitative (guardate il prezzo…), ricorda, in qualche misura, quella del Musical Fidelity Tri-Vista SACD: una prospettiva più allontanante, meno “presente”, coerentemente meno “forward” rispetto a quella dei riferimenti, che si ripercuote anche sulla prestazione dinamica, che sembra meno spinta. Un ascolto, quindi, decisamente gradevole.

Questo col filtro Slow. Col filtro Sharp, nella mia configurazione, la macchina diventa piuttosto sgraziata.

Un prodotto, quindi, decisamente interessante, che potrebbe svecchiare il suono di più di qualche lettore CD di gamma medio-bassa. Resto in attesa della versione aggiornata, magari con uscita a trasformatori, per la prova vera col digitale ad alta risoluzione.

 

 

 

 

 

 
 
 

 

Stampa la pagina Stampa la pagina 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
© Copyright 2004 VIDEOHIFI.com
 

 

Logo Logo