| |
Cocktail
bar
Eccoci, dunque, di ritorno dal nostro autunnale giro per le
fiere e le mostre hi-fi d’Italia e dintorni, ed eccoci
– dopo averlo fatto “in diretta” per quanto
riguarda il Top Audio, a riferirvene, con parole e immagini.
Non sempre perfette, le une e le altre, ma almeno sincere.
Di questi tempi, vi assicuro, non è poco.
Iniziamo da quella che ormai da un decennio è la più
importante mostra italiana, nonché una delle più
significative in Europa, quella che segna l’inizio della
stagione e annuncia le novità che saranno oggetto dei
nostri desideri o dei nostri incubi nei mesi a venire: il
Top Audio & Video Show di Milano.
Vorrei fare una piccola premessa in questa premessa: il Top
Audio è quella cosa di cui tutti parlano male ma di
cui nessuno può fare a meno. Ne parlano male gli operatori
( “ costa troppo, non si vende”), ne parla male
la stampa, quella che non fa gli interessi dei propri lettori
ma tenta di arruffianarseli, ne parlano male, e questa è
la cosa più divertente, quelli che non ci vanno, che
non hanno nemmeno idea di cosa sia. Così, tanto per
parlare, visto che c’è internet. Le lamentele
sono più o meno sempre le stesse, “le salette
che suonano male”, “ quello che mancava, perché
mancava?”, “ quello che c’era, perché
c’era?”, “troppo audio”, “troppo
video”, “troppe sale”, “poche sale”,
“io due foglie di basilico ce le avrei messe”
e così via. Insomma secondo italica abitudine, lì
si staziona e si bighellona o di quel che succede lì
si corre a leggere e a richieder commenti, ma guai se non
ti scappa una bella critica di quelle che piacciono tanto
agli audiofili: stronca e vai col mambo. Io, invece, che sono
un notorio “giornalista di regime” non solo apprezzo
il Top Audio e lo sforzo di chi lo promuove, ma penso anche
che guai se non ci fosse il Top Audio. Il giorno in cui anche
questa mostra sparisse dai calendari significherebbe che per
questo mercato non c’è davvero più nulla
da fare.
Ma io invece vedo un Top Audio in costante crescita, grazie,
non mi stancherò mai di dirlo, ad una Segreteria Generale,
nella personcina (cribbio una giovane donna di bell’aspetto
e pronta intelligenza in questo settore da acne e alitosi)
di Raffaella Oldani e a un’ ottima Presidenza Apaf.
Le critiche che avevo da fare le ho fatte negli anni scorsi
e riguardano più il “sistema” generale,
il compartimento elettronica di consumo, (oltrechè
quello turistico-alberghiero, ancor più ampio e imperscrutabile).
Continuano a farmi girare le scatole a mille i prezzi del
bar e quelli della censurabile tavola calda (sorvoliamo su
quelli del ristorante, che perlomeno offre una certa qualità),
ma quest’anno s’è pensato bene di mettere
una para-trattoria cinese al piano -1, e, a patto di trovare
ancora qualcosa una volta smaltita la fila, si poteva mangiare,
maluccio, ma con poca spesa.
Non starò qui a parlarvi di sale e salette ( la menzione
speciale quest’anno va alla sala “grande”
di Audio Natali, bellissima ed eccellentemente suonante),
c’è un reportage amplissimo su ciò, mentre
preferisco dire due parole sulle possibili prospettive di
questo settore che, mi sembra, stia subendo una sindrome di
auto-sfiducia, un po’ come la mia povera Roma, che schiera
in campo una sequenza impressionante di campioni, fa incassi,
ha un pubblico enorme, ma quando entra in campo lo fa come
se già sapesse in partenza che ha perso, e regolarmente
perde ( spero che quando questo editoriale sarà online
tale pessima attitudine si sia persa). Il potenziale di questo
mercato è enorme, e enorme è, a tutt’oggi,
il suo giro d’affari. Attenzione: intendo il mercato
dell’home entertainment nel suo complesso. Ma nessuno
dei segmenti che lo compongono, nemmeno quello pomposamente
definito hi-end, se la passa troppo male, in relazione alla
situazione economica mondiale e a quella italiana in particolare.
E’ persino imbarazzante parlarne a fronte di tante famiglie
che dalla “mid class” sono passate d’un
fiato alla soglia della povertà. La realtà è
che il fatturato totale cresce, diminuiscono ( vedi invasione
di apparecchiature dall’estremo oriente, vedi concorrenza
a colpi di “sottocosto”, vedi rivoluzione dei
sistemi di vendita, legata al commercio elettronico) gli utili.
Bisogna sapersi riorganizzare, o, per molti, finita la sbornia
dei ricarichi e dei megasconti ai rivenditori, sapersi accontentare
di minori introiti (magari rivedendo operazioni promozionali
dubbie, stipendi d’oro a manager di piombo, che in genere
di questo mercato non capiscono un’acca, investimenti
pubblicitari sparsi a pioggia per amor di tranquillità).
Noi, che nutriamo forti dubbi sull’economia globalizzata
secondo direttive FMI, apprezziamo invece la “globalizzazione
dell’home entertainment”, perché siamo
convinti che aggiunga e non tolga, perché siamo convinti
che a nessuno, nemmeno agli appassionati di “nicchia”
faccia bene un mercato diviso in, appunto, nicchiette non
comunicanti, dove il piacere dell’esclusività
si paga con una politica dei prezzi giunta ormai troppo spesso
a livelli esasperati e poco credibili. Va bene che esistano
la Rolls, la Ferrari, la Maserati, ma non è possibile
che qualsiasi cosa con quattro ruote ( nel nostro caso con
quattro valvole o due altoparlanti) costi quanto una Ferrari
o una Rolls o una Maserati e pretenda persino di esserlo.
Che questo settore si trovi in una fase problematica ma evolutiva,
lo dimostra anche la nostra fiera più importante, appunto
il Top Audio & Video - quanti hanno storto la bocca a
questa aggiunta “& Video”, per inutile snobismo,
non comprendendo che il video sta avendo esattamente la medesima
funzione rivitalizzatrice proprio sul mercato “specialistico”
che ebbe all’inizio degli anni ’80 il CD, che
anziché rappresentare la morte dell’alta fedeltà
“pura e dura” la riportò a fasti nemmeno
ipotizzabili altrimenti. Meccanismo semplice: la gente compra
l’HT “all in a box”, su dieci acquirenti
che quello hanno comprato e stop, ce n’è uno
che scopre una nuova passione, e d’ora in poi punterà
sempre più in alto. E’ una bellissima percentuale-
Top Audio & Video, dicevo, che sempre più approssima,
nella complessità e talvolta maestosità dei
suoi stand, nelle tante note di colore presenti nei nuovi
saloni del piano terra, un aspetto più compiutamente
fieristico che non da piccola mostra specializzata. Un esempio
di tale concetto ce l’avevamo proprio accanto, anzi
incombeva su di noi ( premetto che quanto segue non è
una critica ma una divertita e forse invidiosamente bonaria,
presa in giro, ma anche una presa d’atto) che esponevamo
accanto ad una sorta di “cattedrale-Coyote Ugly Bar”
dove alcune ragazzotte nella media dell’attuale mediamente,
con una periodicità che non sono riuscito a calcolare,
si esibivano in un balletto un po’ sgangherato, para-Coyote
Ugly Bar appunto, con tanto di un po’ incerto piroettare
di bottiglie rigorosamente finte. Noi con il nostro piccolo
e faticosamente allestito stand stavamo lì accanto
e continuavamo a fare, me lo si consenta, la nostra “porca
figura” con i nostri modesti mezzi, ma evidentemente
con una certa autorità, vista la folla a getto continuo.
Ci tengo a precisarlo, io non ho assolutamente nulla né
contro la cattedrale di plexiglas ( se serve ad attrarre pubblico,
se fa, come si suol dire, spettacolo, se è una nota
di colore e di clamore in più a ravvivare la mostra
mi va benissimo e sopporto con la massima tranquillità
gli strepiti e la musica stile “tim-vodafone”),
né tanto meno contro la rivista che lo aveva messo
su, diciamo che il paragone mi serve, anzi, strumentalmente
a sostenere la mia tesi, quella appena esposta della convivenza,
non costretta ma anzi mutuale tra realtà e segmenti
di mercato tanto differenti.
Ho notato, invece, leggendo, osservando, ascoltando, quanto
si sia incarognita la sfida editoriale tra le riviste del
settore, con attacchi, attaccucci, dispetti allusioni, che
non fanno propriamente onore ad una branca editoriale che
di ben altro avrebbe bisogno. Non so se questo modo aggressivo
e “moderno” di fare editoria paghi ( è
da tempo che non m’annoio a guardare i risibili numeri
in edicola delle riviste del settore, ogni tanto qualcuno
dei miei vecchi amici distributori di giornali me li soffia
all’orecchio, ma tendo a dimenticarli istantaneamente)
so che non mi piace e non credo porti del buono a nessuno,
non a lungo termine. Ai miei tempi ( si fa per dire, perché
per fortuna sono vecchio solo come “anzianità
di servizio”, e continuano ad essere, anzi, più
che mai, i “miei tempi”) c’era un altro
tipo d’ eleganza nella concorrenza. A me era stato insegnato
che bisognava far bene il proprio lavoro anziché criticare
quello degli altri. Ed è quello che mi sforzo d’inculcare
nelle capocce dei miei collaboratori quando, spinti da umana
tendenza alla competizione, mi fanno notare le cadute di stile
o gli errori altrui, anziché i miei o i loro.
Detto questo, aggiungo anche che il “coktailloungehappyhoursbar”
che mi sono divertito a prendere ad esempio, è un ulteriore
passo verso la “simizzazione” del Top Audio (
da Sim, Salone Internazionale della Musica, grandissima manifestazione
milanese, di livello europeo se non mondiale che tra gli anni
’70 e i primi ’90 portava decine di migliaia di
persone a contatto, senza troppi snobismi, con la musica e
gli strumenti atti a suonarla o riprodurla). Io sono sempre
stato un pro-Sim ed il suggerimento che mi sento di dare a
Raffaella e ai suoi collaboratori è proprio quello
di continuare su questa strada, puntando, a questo punto,
direttamente al bersaglio grosso, la Fiera, mantenendo naturalmente
gli spazi atti ad un ascolto, per quel che è possibile
durante una manifestazione, concentrato e critico. Ma ormai
questa differenziazione manichea tra hi-end e consumer, lo
ripeto, sarebbe ora di spezzarla. Magari sto straparlando,
ma so che questa organizzazione, quella che abbiamo visto
all’opera nelle ultime edizioni, potrebbe farcela.
Una mostra grande, enorme, e accanto, una non esagerata ma
significativa serie di piccole mostre regionali, come quella
di Roma di cui vi raccontiamo in queste pagine e che vediamo
crescere costantemente ( nonostante come per il Top Audio
i nostri baldi “pesci pilota” dell’audiofilia,
con bussola interna un po’ malconcia, tendano a parlarne
male a priori, senza nemmeno averla vista) o quella di Lubiana,
poco oltre i nostri confini, che vi offriamo in anteprima
assoluta.
Già perché lo scopo di tutta la baracca è
avvicinare la gente all’alta fedeltà, non allontanarla
con riti esoterici e riservati ai pochi, eletti, iniziati.
Bebo Moroni
P.S. Godetevi in
fretta questo “speciale mo(n)stre” perché
a breve verrà sostituito –ma naturalmente potrete
trovarlo in archivio- da un numero natalizio che vi sorprenderà.
O almeno contiamo che lo faccia.
|
|