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Sull’andazzo
generale (colonna sonora CCCP) vi avrà già dato
le sue impressioni il nostro amato direttore nel suo editoriale.
Impressioni che, ovviamente, condivido (la mia profumata non-paga
di redattore di questa illustre rivista mi permette di non-mangiare,
per cui non posso permettermi di contraddirlo…). Però
vorrei aggiungere qualcosa e sintetizzare una serie di impressioni
raccolte da diversi operatori nelle mie scorribande fra le
salette.
Intanto,
il livello medio del suono, con alcune lodevoli eccezioni,
mi è sembrato inferiore rispetto a quello degli anni
precedenti. Il trattamento acustico delle stanze era un problema;
le stanze equipaggiate con i famosi DAAD di Acustica Applicata
erano meno del solito, quindi echi e rimbombi spadroneggiavano
nella resa di troppe, troppissime installazioni. C’è
anche stata, mi pare, un’ulteriore affermazione della
tendenza alla dimostrazione dello “statement product”,
a volte contro la logica e contro le costrizioni fisiche degli
ambienti. Capisco che portare un sistema da stand o una piccola
torre da pavimento, anziché un grosso sistema multivia,
candidi l’espositore a essere trascurato nell’immaginario
dell’audiofilo medio, ma una maggior oculatezza, una
maggior proporzione nell’interfacciamento ambiente/diffusori
gioverebbe al risultato complessivo, come hanno dimostrato
alcune lodevoli eccezioni alla corsa al 38 centimetri in venti
metri quadri. In ogni caso, mai come quest’anno mi sono,
personalmente, reso conto dell’inadeguatezza acustica
di buona parte delle stanze del Quark. Alcune delle dimostrazioni
sono state completamente rovinate da problemi che nemmeno
l’esperienza pluriennale degli allestitori è
riuscita a comprendere e curare. Ne parlerò poi nella
disamina sala per sala.
Dal
punto di vista “sociale”, mi è sembrato
di percepire un sempre maggior scollamento fra la massa, ormai
maggioritaria, del pubblico dell’audiovideo e quello
dell’audio. Giovane e orientato alla tecnologia (e alla
ricerca delle novità) il pubblico dell’audio-video,
meno giovane (in media), orientato all’ascolto e alla
valutazione e più conservatore il pubblico dell’audio
puro. Ovviamente sto estremizzando, ma mi è parso di
cogliere un grado di sovrapposizione molto basso fra le due
fasce del pubblico. Forse la compresenza di audio e audio-video
può essere vantaggiosa per l’audio puro, richiamando
ed eventualmente riportando all’audio chi ne è
lontano o se ne è allontanato, ma ho colto più
di qualche manifestazione di fastidio reciproco; in particolare
le posizioni sull’iniziativa di una rivista cartacea
in collaborazione con una nota casa di software per computer,
con tanto di bar con cubista e musica-spazzatura da classifica
di vendita recente erano polari, simpatica per alcuni, assolutamente
deleteria e fastidiosa per altri. A me, personalmente, ha
fracassato i timpani...
Comunque,
mi è sembrato che l’audio, preso atto della propria
natura di nicchia, abbia ricalibrato – o si avvii a
ricalibrare – le proprie aspettative sulle dimensioni
e sulla natura del proprio mercato, decidendo, più
o meno consciamente, di poter vivere nella dimensione che
gli compete, che non è più quella della sbornia
degli anni ’80 o dei primi ’90, ma che è
ampiamente sufficiente per una serie di aziende di medie dimensioni
e per una serie di sperimentatori e innovatori per poter prosperare.
Non ci si diventerà miliardari (d’altra parte
un adagio americano dice che la sola maniera per ritrovarsi
con un milione di dollari nel mercato dell’audio è
quella di partire con due milioni), ma ci si divertirà
e si sarà fatta la felicità di una parte di
persone. Insomma, una tendenza al un clima di sana brillantezza
intellettuale e di fervore, di fiducia nelle proprie possibilità,
che mi sembrava, ultimamente, un po’ spento.
E,
d’altronde, forse proprio per la compresenza del video,
o forse per l’indiscussa e indiscutibile eccellenza
dell’organizzazione, non ho percepito quello che invece
si sta cominciando a dire, per esempio, oltremanica, cioè
che il modello degli show audio sia tramontato (pare che il
recente show inglese di Bristol sia stato quello con il più
basso numero di visitatori da quando esiste).
Lo
spirito della mostra, per sintetizzare, e come vi avrà
detto Bebo nel suo editoriale, si sta pericolosamente avvicinando
a quello di una fiera e non a quello di uno show audio. Alcuni
continuano per la loro strada (lo show audio), altri vanno
verso la manifestazione fieristica. A questo punto siamo di
fronte a un bivio, per l’audio: trasformare definitivamente
l’appuntamento milanese in una fiera, oppure decidere
per una pacifica convivenza da separati in casa con il video
esplicitamente fieristico, approfittando del pubblico che
quello può portare per andare avanti con un discorso
di qualità e di promozione di un fenomeno che continuo,
ostinatamente e forse utopisticamente, a considerare più
culturale che di show-business. Vedremo cosa succederà.
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