Numero 12
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Top Audio & Video 2004: l’audio
Di Igor Zamberlan
 

 

 

 

     
 

Sull’andazzo generale (colonna sonora CCCP) vi avrà già dato le sue impressioni il nostro amato direttore nel suo editoriale. Impressioni che, ovviamente, condivido (la mia profumata non-paga di redattore di questa illustre rivista mi permette di non-mangiare, per cui non posso permettermi di contraddirlo…). Però vorrei aggiungere qualcosa e sintetizzare una serie di impressioni raccolte da diversi operatori nelle mie scorribande fra le salette.

Intanto, il livello medio del suono, con alcune lodevoli eccezioni, mi è sembrato inferiore rispetto a quello degli anni precedenti. Il trattamento acustico delle stanze era un problema; le stanze equipaggiate con i famosi DAAD di Acustica Applicata erano meno del solito, quindi echi e rimbombi spadroneggiavano nella resa di troppe, troppissime installazioni. C’è anche stata, mi pare, un’ulteriore affermazione della tendenza alla dimostrazione dello “statement product”, a volte contro la logica e contro le costrizioni fisiche degli ambienti. Capisco che portare un sistema da stand o una piccola torre da pavimento, anziché un grosso sistema multivia, candidi l’espositore a essere trascurato nell’immaginario dell’audiofilo medio, ma una maggior oculatezza, una maggior proporzione nell’interfacciamento ambiente/diffusori gioverebbe al risultato complessivo, come hanno dimostrato alcune lodevoli eccezioni alla corsa al 38 centimetri in venti metri quadri. In ogni caso, mai come quest’anno mi sono, personalmente, reso conto dell’inadeguatezza acustica di buona parte delle stanze del Quark. Alcune delle dimostrazioni sono state completamente rovinate da problemi che nemmeno l’esperienza pluriennale degli allestitori è riuscita a comprendere e curare. Ne parlerò poi nella disamina sala per sala.

Dal punto di vista “sociale”, mi è sembrato di percepire un sempre maggior scollamento fra la massa, ormai maggioritaria, del pubblico dell’audiovideo e quello dell’audio. Giovane e orientato alla tecnologia (e alla ricerca delle novità) il pubblico dell’audio-video, meno giovane (in media), orientato all’ascolto e alla valutazione e più conservatore il pubblico dell’audio puro. Ovviamente sto estremizzando, ma mi è parso di cogliere un grado di sovrapposizione molto basso fra le due fasce del pubblico. Forse la compresenza di audio e audio-video può essere vantaggiosa per l’audio puro, richiamando ed eventualmente riportando all’audio chi ne è lontano o se ne è allontanato, ma ho colto più di qualche manifestazione di fastidio reciproco; in particolare le posizioni sull’iniziativa di una rivista cartacea in collaborazione con una nota casa di software per computer, con tanto di bar con cubista e musica-spazzatura da classifica di vendita recente erano polari, simpatica per alcuni, assolutamente deleteria e fastidiosa per altri. A me, personalmente, ha fracassato i timpani...

Comunque, mi è sembrato che l’audio, preso atto della propria natura di nicchia, abbia ricalibrato – o si avvii a ricalibrare – le proprie aspettative sulle dimensioni e sulla natura del proprio mercato, decidendo, più o meno consciamente, di poter vivere nella dimensione che gli compete, che non è più quella della sbornia degli anni ’80 o dei primi ’90, ma che è ampiamente sufficiente per una serie di aziende di medie dimensioni e per una serie di sperimentatori e innovatori per poter prosperare. Non ci si diventerà miliardari (d’altra parte un adagio americano dice che la sola maniera per ritrovarsi con un milione di dollari nel mercato dell’audio è quella di partire con due milioni), ma ci si divertirà e si sarà fatta la felicità di una parte di persone. Insomma, una tendenza al un clima di sana brillantezza intellettuale e di fervore, di fiducia nelle proprie possibilità, che mi sembrava, ultimamente, un po’ spento.

E, d’altronde, forse proprio per la compresenza del video, o forse per l’indiscussa e indiscutibile eccellenza dell’organizzazione, non ho percepito quello che invece si sta cominciando a dire, per esempio, oltremanica, cioè che il modello degli show audio sia tramontato (pare che il recente show inglese di Bristol sia stato quello con il più basso numero di visitatori da quando esiste).

Lo spirito della mostra, per sintetizzare, e come vi avrà detto Bebo nel suo editoriale, si sta pericolosamente avvicinando a quello di una fiera e non a quello di uno show audio. Alcuni continuano per la loro strada (lo show audio), altri vanno verso la manifestazione fieristica. A questo punto siamo di fronte a un bivio, per l’audio: trasformare definitivamente l’appuntamento milanese in una fiera, oppure decidere per una pacifica convivenza da separati in casa con il video esplicitamente fieristico, approfittando del pubblico che quello può portare per andare avanti con un discorso di qualità e di promozione di un fenomeno che continuo, ostinatamente e forse utopisticamente, a considerare più culturale che di show-business. Vedremo cosa succederà.

 

 

 

 

 

 
 
 

 

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