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Caldo
Una
fornace, una stufa, un caminetto. Ecco cosa sembra il BAT
VK75SE, il finale stereo a valvole top dell'azienda americana.
Tutti quei tubi si fanno sentire; un paio d'ore dopo l'accensione
dell'amplificatore, la mia sala d'ascolto è probabilmente
due o tre gradi più calda del resto della casa. In
questa stagione primaverile, a riscaldamento spento e a temperatura
esterna non ancora estiva, la cosa è piacevole; quest'estate
temo avrò bisogno di un altro amplificatore, termicamente
più efficiente, per proseguire ascolti e prove. Già,
ci sono cascato per la seconda volta da quando è nata
Videohifi.com: ho comprato l'esemplare in prova.
Storia
e tecnica
BAT
sta per Balanced Audio Technology; la topologia bilanciata
e differenziale è, quindi, una ragione di vita per
il marchio. Nata nella prima metà degli anni '90 e
fondata da due ex dipendenti Hewlett Packard (una delle grandi
scuole dell'elettronica americana, sarebbe divertente contare
quanti dei tecnici e dei progettisti delle principali aziende
hi-fi americane sono do scuola HP: credo che il numero sia
eccezionalmente alto), Victor Khomenko e Steve Bednarski,
l'azienda colpì quasi subito l'immaginario degli audiofili
con un preamplificatore, venduto direttamente per corrispondenza
nei primissimi tempi, e un finale di potenza, ambedue interamente
a valvole (escludendo l'alimentazione) e interamente bilanciati,
tanto da non prevedere ingressi su RCA, solo su XLR. L'intera
produzione BAT, attualmente decisamente articolata - comprende
lettori CD, amplificatori integrati, preamplificatori stereo
a valvole e a stato solido, finali stereo e multicanale a
stato solido e mono e stereo a valvole - mantiene l'architettura
differenziale bilanciata come base di progetto. Altri due
caposaldi dei progetti di Khomenko (VK nei nomi degli apparecchi
sono ovviamente le sue iniziali) sono l'assenza di controreazione
ingresso-uscita e l'assenza di stadi inseguitori.
La
topologia differenziale e bilanciata è piuttosto controversa,
negli ambienti audiofili. Essa comporta vantaggi e svantaggi.
I vantaggi dal punto di vista tecnologico sono la cancellazione
del rumore differenziale (il segnale viene diviso in due metà
simmetriche, una positiva e una negativa; ciò che si
aggiunge, che non è simmetrico nelle due metà,
è, per forza di cose, rumore) e delle armoniche pari,
nonché un incremento "gratuito" del guadagno
di 6 dB rispetto a un circuito non differenziale. Gli svantaggi
dal punto di vista tecnico riguardano, in particolare, la
necessità di una stretta uguaglianza delle due metà
del circuito per ottenere i vantaggi teorici del sistema,
necessità che spesso viene risolta attraverso l'utilizzo
di controreazione; dal punto di vista economico, i detrattori
del sistema bilanciato fanno notare che un circuito doppio
differenziale costa, a parità di qualità e quantità
della componentistica, esattamente il doppio dello stesso
circuito in configurazione single ended (cioè non bilanciata),
e che, quindi, ci sono modi più intelligenti di costruire
apparecchi ad alte prestazioni, soprattutto in ambito domestico,
dove non c'è bisogno di una reiezione ai disturbi da
primato, dato che le connessioni sono, in genere, brevi; si
può, secondo i deetrattori di questa topologia, spendere
il proprio denaro in modo più sensato, ad esempio investendolo
in componentistica migliore.
Personalmente
posso dire di aver sentito eccellenti esempi di apparecchi
domestici bilanciati ed eccellenti esempi di apparecchi non
bilanciati; ciò di cui sono abbastanza certo è
che i vantaggi delle connessioni bilanciate esistono solo
quando è possibile mantenere il segnale interamente
differenziale, non quando gli apparecchi sommano all'ingresso
per sfasare di nuovo in uscita (è anche vero che non
mi è mai capitato di avere a disposizione apparecchi
di segnale che facessero ciò attraverso trasformatori,
cosa che potrebbe avere vantaggi rispetto ad una sfasatura
ottenuta con circuiti integrati).

Venendo
al nostro VK75SE, dicevamo che l'apparecchio accetta solo
connessioni bilanciate. In realtà, attraverso un adattatore
o un cavo appositamente terminato è possibile utilizzare
un preamplificatore (o una sorgente con controllo di volume)
che preveda solo uscite single-ended; BAT fornisce ottimi
adattatori ad una cifra poco più che simbolica. Il
differenziale d'ingresso, infatti, è anche un eccellente
stadio sfasatore - secondo Khomenko lo è solo incidentalmente,
ma è di qualità tale che il progettista non
ritiene che ci si faccia un'idea errata del suo amplificatore
pilotandolo con un apparecchio non bilanciato; anzi, consiglia
di lasciar fare da bilanciatore al finale se il resto dell'impianto
utilizza connessioni RCA.
Circuitalmente il VK75SE è l'ultima evoluzione del
VK60, il primo amplificatore finale presentato dalla BAT.
E' un apparecchio che utilizza solo triodi sul percorso del
segnale. Il differenziale d'ingresso usa una 6H30 per canale;
si tratta di un triodo russo che si vede sempre più
spesso negli apparecchi hi-end (è utilizzato nell'ultima
versione del pre Reference Audio Research, per fare un esempio),
che BAT ha utilizzato per prima in Occidente. La 6H30 viene
qui utilizzata con una 6V6 Electro Harmonix in funzione di
carico attivo (questo stadio d'ingresso è la principale
differenza visibile fra la versione SE e quella standard dell'amplificatore,
disponibile per 4500 euro in meno; in realtà cambiano
altre parti interne, quali la qualità di alcuni componenti,
il dimensionamento dei condensatori di alimentazione, la presenza
di una serie di condensatori in carta e olio, l'estetica dell'amplificatore).
Lo stadio successivo, quello pilota, è composto da
un terzetto di 6SN7 per canale (probabilmente una e mezza
per ramo) parallelizzate e fatte lavorare ad una tensione
decisamente alta, vicina ai limiti teorici per questo tubo.
Vengono utilizzati tubi Sovtek; BAT scoraggia l'uso di tubi
d'epoca in questa posizione, dato che è possibile che
valvole antiche, di cui non si conoscono le condizioni e la
storia, possano suicidarsi in modo spettacolare. Non sono
riportati casi di danni agli amplificatori (alle valvole sì),
ma non si sa mai, né si può chiedere a BAT o
al distributore di coprire eventuali danni causati in garanzia;
da parte mia, pur avendo a disposizione delle Philips Miniwatt,
ho preferito lasciar perdere. Le valvole di potenza sono due
6C33C-B per canale; viene utilizzato un circuito servocontrollato
per il bias, tanto che non è necessario che le valvole
(robuste, ma piuttosto variabili come parametri fra diversi
esemplari) siano accoppiate o selezionate; l'unico problema
sarà un livello maggiore di distorsione. Questo sistema
di servocontrollo interviene sempre all'accensione del finale,
che per il primo minuto resta in standby, dopodiché
si accendono i quattro led di fronte a ciascuna delle valvole
finali e l'amplificatore è pronto a suonare) L'amplificatore
è, in pratica, composto da quattro amplificatori single-ended
in un unico telaio, in controfase due a due. Non vengono utilizzati
cathode follower (che, secondo Khomenko, mangiano dinamica)
né viene utilizzata controreazione globale. Il trasformatore
di alimentazione ha secondari separati per i due canali; viene
utilizzato il minimo indispensabile di regolazione sulle linee
dell'alimentazione (neanche i regolatori, secondo Khomenko,
fanno bene alla dinamica) e i trasformatori d'uscita sono
dei Plitron toroidali a larga banda, che prevedono tre secondari
separati per carichi da 8 ohm o superiori, da 4 ohm e inferiori
a 4 ohm. L'amplificatore ha un'impedenza d'uscita non trascurabile
(circa 1.5 ohm dichiarati) e, come già detto, scalda
come un forno aperto. Le valvole hanno una vita sul campo
di 4-5 anni di utilizzo normale; l'intero set di ricambio
(14 pezzi
) dovrebbe essere acquistabile dall'importatore
- fortemente raccomandato, per quanto detto sopra - per una
cifra intorno ai 600 Euro.
Esteticamente,
beh, è grande e funzionale - non è bello, non
lo trovo particolarmente accattivante. E' sicuramente affascinante,
quando è acceso, con le sue 14 valvole che illuminano
e riscaldano la stanza, e dà un'impressione di robustezza
assoluta, sia dal punto di vista meccanico, sia da quello
della finitura, comunque di ottimo livello.

Suono
Ho
utilizzato l'amplificatore con tre preamplificatori diversi
(Tom Evans Vibe, Sonic Frontiers SFL2, Audio Synthesis ProPassion),
con due sorgenti digitali (Sony SCD-777ES e North Star Model
192 DAC), con la mia sorgente analogica (Scheu/VPI/Scheu-Benz/DACT),
due coppie di diffusori (Wilson WITT e B&W Silver Signature)
e coi cavi provati in questo numero (Monster, White Gold,
Shunyata, WireWorld e Boomerang); come cavi di potenza ho
utilizzato i Van den Hul Revelation Hybrid, i Boomerang e
i DNM, come cavi di alimentazione Boomerang, Transparent,
Audio Agile sul finale, ART, ancora Boomerang, Eupen, Neutral
Cable su sorgenti e pre.
Una
volta tanto, la prima impressione è stata quella giusta.
Ho acceso il finale, atteso pochi minuti (poco più
del tempo necessario affinché l'amplificatore lasciasse
passare il segnale) e, ansiosamente, piazzato nel cassetto
del Sony l'ultimo disco che avevo sentito col GamuT, Spem
in Alium, etichetta Coro, una raccolta di composizioni di
epoca elisabettiana eseguite da The Sixteen, fra cui il famoso
mottetto "a quaranta parti" di Thomas Tallis. E'
un disco che, con il GamuT, mi era sembrato insoddisfacente,
privo di vita, di dinamica, armonicamente povero, ma che mi
aveva lasciato uno strano retrogusto, come se non fossi ancora
riuscito a sentire tutto quel che c'era nel suo strato ad
alta risoluzione. Non che mi aspettassi un'epifania, volevo
solo verificare di aver connesso tutto correttamente e che
tutto funzionasse (il primo disco che ascolto con un nuovo
apparecchio è quasi sempre il primo che mi trovo fra
le mani nella confusione che contraddistingue la mia sala
d'ascolto). Però l'epifania è arrivata. Il sistema,
in un colpo, era diventato capace di estrarre la consistenza
armonica e la materializzazione degli esecutori nascoste nei
cerchi di pit del dischetto. L'esecuzione del mottetto era
diventata all'improvviso piena di interesse, di pathos e di
capacità di coinvolgimento; quel senso di disagio e
di inquietudine che mi aveva provocato fino a quel momento
lasciava spazio a un quasi totale piacere d'ascolto. Per la
prima volta dopo tanto tempo mi trovavo davanti a qualcosa
che colpiva prima i miei sensi e poi la mia capacità
di analisi, qualcosa il cui risultato complessivo sembrava
superare la somma delle parti del suono razionalmente scindibili
e descrivibili con la terminologia, ormai standardizzata,
dell'audiofilia.
Superato
il primo choc, era dunque tempo di capire cos'era che rendeva
quest'amplificatore diverso. Un confronto a volume parificato
con il GamuT D200 Mk3 non era sufficiente, una volta tanto,
quindi, non vi parlerò dell'oggetto in prova paragonandolo
con il mio riferimento, dato che gli esiti di questo sono
stati insostanziali. Potrei solo dirvi che, come estensione
(anche con le Wilson, che scendono sotto i 30 Hz), il BAT
non ha nulla da invidiare al GamuT, se non forse l'ultima,
piccola dose di controllo - controllo che, però, viene
molto aiutato dalla scelta del cavo di potenza, ottimo l'abbinamento
col Van den Hul, un po' meno quello col Boomerang, come v
dico altrove in questo numero, e quello col DNM - sull'estremo
basso e sul mediobasso, che la scena è, in ambedue
i casi, quanto di meglio sia riuscito ad ottenere nella mia
stanza, che il medio del BAT sembra essere un po' più
avanzato, che l'acuto è estremamente dolce e al contempo
realistico in ambedue i casi e che il BAT sembra avere un
lieve vantaggio nella trasparenza, nella microdinamica e nel
microdettaglio, mentre, forse, nella velocità assoluta
e nel macrocontrasto un lievissimo vantaggio va al GamuT.
A livello di neutralità, è possibile che il
GamuT conservi un sottilissimo vantaggio sul BAT, ma è
certo che l'amplificatore americano, per essere un apparecchio
a valvole e per avere un'impedenza di uscita non trascurabile,
è sorprendentemente lineare; diciamo che, se il GamuT
rimane un campione, il BAT sale comunque sul podio.
E
allora, dato che il "death match" si chiude in un
sostanziale pareggio, o comunque con un margine per il BAT
non tale da giustificare, almeno visto così, l'esborso
più che doppio rispetto a quello del GamuT per entrarne
in possesso, perché, alla fine (e neanche tanto alla
fine), ho deciso di mettere mano al portafoglio?

Complessità
armonica
Il
timbro di uno strumento musicale è composto da una
fondamentale più una serie di armoniche, che sono specifiche
ad esso e lo rendono diverso non solo da uno strumento di
un'altra famiglia che abbia la stessa estensione, o la cui
estensione sia sovrapponibile con la sua almeno in parte (diciamo
un sassofono, un oboe e una viola), ma anche da altri strumenti
dello stesso tipo, costruiti in modi diversi, in epoche diverse
o da fabbricanti diversi. Le armoniche sono ciò che
rende diverso un oboe da una viola, un Guarneri da uno Stradivari,
un Amati da uno Yamaha o da un clone cinese. In altre parole,
quello che definiamo normalmente "colore strumentale"
(da non confondere con le colorazioni nel dominio della risposta
in frequenza: pure queste possono avere il loro influsso sul
colore timbrico degli strumenti, ma ce l'hanno in maniera
molto più ovvia e uniforme, più in termini di
spostamento del bilanciamento del loro suono fondamentale
che in termini di separazione o omogeneizzazione delle distanze
timbriche fra essi) è determinato, in larga misura,
dalla capacità della catena di riprodurre le armoniche
di basso livello.
E qui c'è un problema nella maniera in cui molti audiofili,
che hanno un'esperienza molto relativa -o molto parziale -
del suono dal vivo, definiscono la neutralità. Il rischio
che essi corrono è quello di concepire la neutralità
come pulizia, arrivando a preferire un tipo di riproduzione
più arioso che realistico, che va, secondo la mia esperienza,
a disseccare lo sviluppo armonico degli strumenti, rendendo
(estremizzo, chiaramente) gli archi vieppiù caratterizzati
dalle loro corde che dalle loro casse armoniche (la tendenza
a riprodurre violini dal suono "cordoso/acciaioso",
esacerbata dal digitale a bassa risoluzione, è una
delle mie principali cause di insoddisfazione rispetto al
suono di buona parte dell'alta fedeltà da audiofili
degli ultimi anni) e rendendo gli strumenti a fiato, i legni
in particolare, troppo vicini, dal punto di vista timbrico,
agli archi.
(Esiste anche, esacerbata dalla tendenza degli ultimi anni
verso l'utilizzo di amplificatori single ended, la tendenza
opposta, cioè quella al Technicolor: archi e legni
che tendono al suono degli ottoni a causa di un eccesso di
armoniche).
Qui
c'è uno dei decisivi vantaggi del BAT rispetto al GamuT
(e rispetto a qualsiasi altro amplificatore abbia avuto in
casa): la capacità di rendere evidente la distanza
timbrica fra gli strumenti e di rispettarne il naturale decadimento.
Non è una di quelle differenze che si colgono con switch
rapidi fra apparecchi, richiede un livello di attenzione -
e una conoscenza del suono della musica dal vivo - che sono
difficili da "tirar fuori" in una serie di ascolti
testa a testa: rchiede un tempo di valutazione per forza di
cose più lungo, per essere determinata.
Fluidità
Ne
ho già parlato più volte, credo, sulle pagine
della rivista e sul forum. Il rischio, come già detto
a proposito del Musical Fidelity Tri-Vista SACD, è
che un apparecchio o un sistema più fluido, più
continuo, sembri a tutta prima più dinamicamente compresso
rispetto a uno più "saltellante" fino allo
strappo. Nel caso del BAT, pur essndo l'amplificatore palesemente
più fluido e più "cantante" rispetto
a quanto finora ascoltato nella mia stanza, ciò non
sembra succedere. E' come se la sua capacità di riprodurre
e seguire le nuance armoniche e microdinamiche lo rendesse
immune da questo. Succedono un sacco di cose sul palcoscenico
virtuale,per cui si rileva un effetto quasi paradossale: la
maggiore fluidità rispetto ad altre amplificazioni
non è leggibile direttamente e in prima istanza (e
si rischia anche, rispetto ad amplificatori più semplificanti
il messaggio, di non percepirlo immediatamente come estremamente
dettagliato e trasparente, cosa che, indubitabilmente, è),
ma ha bisogno di tempo per essere capita.
Macrodinamica
e prontezza
Ho
già detto sopra che un eccellente amplificatore a stato
solido come il GamuT rimane leggermente avvantaggiato per
quanto riguarda la macrodinamica. Di quanto? Non poi di così
tanto. Non abbastanza da essere sicuri, alla fine della fiera,
che quel vantaggio non sia dovuto ad un lievissimo "strappare"
da parte dell'amplificatore a stato solido. Per quanto riguarda
la prontezza, la accomuno a ciò che gli anglosassoni
definiscono "surprise factor", cioè la capacità,
presente nella musica dal vivo sempre, nella riproduzione
solo in determinate condizioni )e quasi mai con il digitale
a bassa risoluzione) da parte dell'esecuzione di far girare
la testa, di iniettare una dose di adrenalina all'ascoltatore
attraverso l'apparizione di un dettaglio espressivo, del suono
di uno strumento che, in quel momento, resta inatteso. E'
un altro di quei fattori che, in un confronto rapido, nell'ascolto
di due ore da prova in negozio, rischiano di non essere percepiti,
anche perché più o meno tutti si tende ad ascoltare,
per i confronti testa a testa, quella decina - se va bene
- di dischi conosciuti a menadito, di cui ci si è fatti
un'idea (più o meno platonica), di cui si pensa di
conoscere ogni piega, per cui si rischia anche di annoiarsi
Non so se la presenza, nel BAT, di capacità di sorprendermi
in quantità insospettabile sia dovuta al fatto di essere
un amplificatore a valvole (e quindi, secondo certe teorie
tecniche, più veloce nel trattamento del flusso degli
elettroni e meno soggetto a impedimenti al passaggio del segnale
a bassissimi livelli, più continuo e meno "discreto");
sta di fatto che, con altri valvolari, non mi è parso
che questa caratteristica fosse altrettanto presente, forse
oscurata alle mie orecchie da altri problemi, quali colorazioni
e distorsioni eufoniche, o problemi di pilotaggio dei diffusori.

E
il SACD?
In
alcuni circoli dell'alta fedeltà si sta cominciando
a credere alla storia che, per ottenere i migliori risultati
dai formati ad alta definizione e ad alta dinamica (SACD e,
quando fatto bene, DVD-Audio), siano necessari impianti costruiti
in una determinata maniera, con diffusori particolari ed elettroniche
a stato solido. Per certi versi, finora lo pensavo anch'io;
mi era, infatti, sembrato che l'estensione di gamma (più
che la dinamica) degli amplificatori a stato solido fosse
un prerequisito per ottenere i migliori risultati dalla risposta
in frequenza dei nuovi formati. Non più, dopo l'esperienza
BAT. Sarà forse l'ampiezza di risposta del VK75SE (oltre
i 70 kHz dichiarati), sarà la sua capacità dinamica,
saranno le sue caratteristiche di distorsione, ma mi pare
che, grazie a quanto scrivevo sopra sulla complessità
armonica, venga fuori, meglio che con le amplificazioni a
stato solido, la superiorità dei nuovi formati (e del
vinile) nella riproduzione di una timbrica più realistica,
di strumenti più veri, di qualcosa che si avvicina
di più all'esperienza dal vivo. Quindi nessuna limitazione
nella riproduzione dei nuovi formati e nella riproposizione
della loro superiorità al digitale a bassa risoluzione,
anzi, la scoperta di una nuova dimensione, forse meno evidente,
ma più appagante, di quella superiorità. Fortunatamente
le conclusioni provvisorie possono essere riviste, fortunatamente
si cresce.
Ancora
un paio di notazioni
Solo
due o tre notazioni tecniche: l'amplificatore è estremamente
silenzioso (solo il minimo ronzio si percepisce, a frequenza
piuttosto alta, avvicinando l'orecchio ai tweeter delle mie
WITT, 89 dB di efficienza). E sì, funziona ugualmente
bene con connessioni sbilanciate o bilanciate, tanto che non
saprei cosa scegliere. Con il pre passivo, per i miei livelli
di ascolto e per le mie abitudini, sembra esserci un po' meno
volume di quanto necessario, una riduzione della dinamica
(ma il cablaggio non è ottimizzato per l'uso con un
passivo), ma anche una ricostruzione della scena da assoluto
primato in tutte le dimensioni. Questo fatto, così
come le differenze rivelate con cavi, sorgenti e preamplificazioni
attive (ancora valido, sebbene assai più rumoroso del
Tom Evans, il vecchio Sonic Frontiers, soprattutto per dinamica
e assenza di grana), ha contribuito alla mia scelta finale
di adottare il BAT come strumento di "lavoro" per
le recensioni, oltre che di piacere per l'ascolto della musica.
Ah, e la potenza, di 75 watt per canale al 3% di distorsione,
è del tutto sufficiente anche per l'ascolto di Mahler,
di Wagner e dei Massive Attack, nel mio ambiente di 70 mc
circa e con i miei diffusori. Anzi, l'amplificatore sembra
quasi chiedere qualcosa di più impegnativo (lo vedo,
lo vedo che mi guarda e mi dice: "Tutto qua?").
Un'ultima
cosa: amplificatori come questo, a causa della non trascurabile
impedenza d'uscita, possono dare risultati d'ascolto abbastanza
diversi da quelli che ho ottenuto io, con diffusori dalla
curva di impedenza non particolarmente tormentata. Se i vostri
diffusori presentano variazioni di impedenza selvagge, potreste
non riscontrare affatto la stessa neutralità; mi verrebbe
da dire che potreste prendere in considerazione l'idea di
cambiare diffusori
Bilanciato
Ecco,
infine, una nuova lettura di quel "Balanced" nel
nome. Victor Khomenko ha raggiunto, per quanto riguarda la
mia esperienza d'ascolto, un bilanciamento non so se ideale,
sicuramente mai sentito finora da parte mia, delle caratteristiche
tipiche della tecnologia a stato solido e di quella a valvole,
riuscendo a minimizzare i difetti di ciascuna e trovando caratteristiche
nuove sulla strada. Questo, signore e signori, è il
migliore amplificatore che mi sia capitato di sentire: sempre
al comando della situazione, mai fuori controllo, ma sempre
elegante, mai militaresco nel suo controllo. E quindi diventa
il mio nuovo riferimento, dato che mi permette di godere della
musica come mai prima d'ora. Forse la cosiddetta "musicalità"
(termine col quale, come già detto, ho più di
qualche problema "filosofico", quand'è attribuito
ad apparecchi di riproduzione e non ad esecutori o a strumenti
musicali) sta proprio qui, nella capacità di raggiungere
un bilanciamento fra le caratteristiche sonore che permette
di avere una finestra più grande, un vetro più
pulito per guardare l'evento musicale.
Quanto al rapporto qualità prezzo, che volete che vi
dica? 13500 Euro (passibili di sconti, è vero) rimangono
una cifra considerevole, praticamente irraggiungibile per
la maggioranza fra gli umani, anche prendendo in considerazione
solo quelli del ricco occidente. Visto a confronto con altri
oggetti, tenendo a mente la serietà dell'azienda costruttrice
(che, all'inizio della sua storia, non ha esitato a ritirare
una parte della produzione per sostituirne a proprio carico
il trasformatore di alimentazione, che aveva sviluppato un
problema di rumorosità) e quella dimostrata dall'ancor
giovane distributore italiano, beh, ci si può pensare
Notizia
bonus
Al
recente HE2004 di New York, BAT ha presentato una versione
semplificata del VK75, il VK55.

In arrivo in Italia a settembre (è un peccato che l'importatore
non abbia intenzione di partecipare al Top Audio & Video,
ma si può rimediare con un giretto a Torino), l'amplificatore
monta le stesse valvole finali, utilizza lo stesso circuito
di autotaratura, ha un front end semplificato (niente 6H30,
niente 6V6, solo tre 6SN7), cede una ventina di watt di potenza
al fratello maggiore, come esso può essere messo a
ponte raddoppiando la potenza, è più compatto,
ha - per la prima volta nella storia di BAT - la possibilità
di inserire una moderata controreazione ingresso-uscita e,
notizia eccellente, costerà meno della metà
del nostro VK75SE!
BAT
VK-75SE
Amlificatore stereofonico bilanciato a valvole
Potenza: 75W per canale, al 3% di THD, su 8 o su 4 ohm
Risposta in frequenza a -3dB: 7 Hz - 200 kHz
Ingressi: XLR bilanciato, non invertente
Resistenza di ingresso: 200 kOhm
Sensibilità: 1V
Consumo a riposo/max: 500/1000 VA
Valvole: 4 6C33C-B, 6 6SN7, 2 6V6, 2 6H30
Dimensioni: 43cm x 20cm x 61cm
Peso netto: 41 kg |
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